Si naviga a vista. È questo l’ordine che il Consiglio della Banca centrale europea ha trasmesso in sala macchine. «Abbiamo deciso all’unanimità di lasciare invariati i tassi al 2%», ha detto la presidente della Bce, Christine Lagarde. «Ci si vede tra sei settimane». Francoforte rimanda quindi a giugno una qualsiasi mossa di politica monetaria per l’Eurozona. Per quella data si avrà uno scenario più chiaro. Non solo sui prezzi delle materie prime. Dalla dinamica dei salari, alle assunzioni, alle revisioni dei prezzi di vendita. Tutto sarà utile per ufficializzare un qualcosa che già si percepisce nell’aria. Crescita dell’inflazione, quindi aumento del costo del denaro. «Impariamo dal passato per non agire troppo presto o troppo tardi», ha aggiunto Lagarde, facendo riferimento al rischio di un intervento anticipato, come nel 2011, e quello di una risposta tardiva, come alcuni osservatori attribuiscono al 2022. Si attende di vedere prima come si comporteranno gli Usa. A giugno sarà un anno esatto dalla precedente guerra contro l’Iran. Come spiegherà Trump tutto questo al mondo?

Intanto, la Fed ha fatto la stessa scelta. Tassi invariati, fra il 3,50% e il 3,75%, ma più per ragioni politiche e che econometriche. A cambio avvenuto, Powell-Welsh, l’istituto centrale americano preferisce la linea della cautela. Nonostante, l’inflazione Usa a marzo al 3,5% sia in linea con le attese. La linea attendista del mondo finanziario non coincide con il pessimismo di quello politico. Almeno qui in Europa. Mentre Lagarde, ieri, faceva il pesce in barile, la numero 1 della diplomazia Ue, Kaja Kallas, rincarava la dose su quanto detto dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen il giorno prima. L’Europa non sa quanto potrà resistere. Sembra che in guerra ci sia Bruxelles e non Teheran. D’altra parte, tra noi e loro, c’è la differenza che l’Iran è sotto attacco è vero – al netto della tregua – ma gli introiti dei pedaggi di Hormuz e l’impennata dei prezzi del petrolio per gli Ayatollah sono comunque soldi in entrata. Noi, in quanto consumatori netti, paghiamo e basta.

Certo, gli extraprofitti ci sono anche per le compagnie petrolifere. Questa settimana il greggio ha toccato picchi mai più visti dalle fasi iniziali della guerra russo-ucraina. Nella mattinata di ieri, il Brent è arrivato a 126 bollari al barile, per poi scendere a 109. A incidere sul brevissimo termine, sono le notizie di una possibile ripresa dei negoziati Usa-Iran. In una prospettiva più lunga però, l’incertezza fa da padrona. La struttura del mercato è in completa trasformazione. L’uscita degli Emirati arabi dall’Opec è l’ultimo tassello di una serie di scossoni che, si presume, non sono ancora finiti. Sulle prime, la caduta di Maduro aveva reso euforici gli operatori. Suggestionati da Trump, avevano visto nella rimessa sul mercato del greggio venezuelano un’occasione di investimento. La realtà della scarsa qualità del prodotto e dei costi di raffinazione aveva raffreddato gli animi. Con la guerra in Iran e quindi l’ennesima risalita delle quotazioni – il trend in corso di cui sopra – ha riportato il sorriso.

D’altra parte, gli introiti che vanno anche beneficio di Teheran e di Mosca non a tutti fanno piacere. Anzi, sempre ieri la dichiarazione dei russi di voler restare nell’Opec+ fa pensare che il trust voluto a suo tempo dai sauditi possa passare di mano. Da Riyadh, nostra amica, al tandem Teheran-Mosca, dietro cui non si cura nemmeno di nascondersi c’è Pechino. L’exit strategy degli emirati fa pensare che nel Golfo ci sia qualcuno che sta pensando di liberalizzare il mercato. Sarebbe un’ottima cosa. Se tutti fossero d’accordo. La prima conseguenza sarebbe un abbassamento dei prezzi del petrolio, nonostante la guerra.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).