Nel pieno di una fase in cui crisi geopolitiche, tensioni energetiche e trasformazioni industriali si sovrappongono, Carlo Calenda, senatore e segretario di Azione, legge i nuovi rapporti di forza tra Stati Uniti, Cina ed Europa a partire da un punto preciso: la crisi dell’Occidente. Tutti punti che affronta nel suo nuovo libro “Difendere la libertà. L’ora dell’Europa”, edito da Piemme, nelle librerie dal 14 aprile e già in pre-order sugli store online.

Nel suo libro lei collega concentrazione della ricchezza, individualismo e spinta imperialistica. Che tipo di società sta costruendo Trump e come dovrebbero regolarsi Italia ed Europa?
«Il modello americano degli ultimi trent’anni ha prodotto una crescita che non è andata alla classe media. La polarizzazione della ricchezza e del reddito ha raggiunto livelli che non si vedevano da prima del 1929. E senza classe media la democrazia non regge. La classe media consuma, tiene in piedi la domanda interna, ma soprattutto stabilizza i conflitti sociali e politici. Questo modello ha colpito soprattutto i Paesi anglosassoni, che noi per anni abbiamo guardato come esempio. Oggi invece va riscoperto il modello continentale europeo, ancora fondato sulla manifattura avanzata. Trump prova disperatamente a reimportare quel modello negli Stati Uniti. Noi, in Europa, dobbiamo evitare di perderlo».

Come si difende quel modello europeo?
«Con tre mosse. La prima è un grande incentivo agli investimenti, come fu Industria 4.0, ma oggi orientato all’intelligenza artificiale e alla sua applicazione nei processi produttivi. La seconda è l’energia, che è il vero punto dirimente: abbiamo abbandonato il nucleare e oggi ci ritroviamo esposti a un mercato del gas instabile. La terza è la difesa. L’Europa deve investire rapidamente, anche a debito, perché ha margini molto più ampi degli Stati Uniti e può trasformare questa scelta in un rafforzamento dell’euro e della propria autonomia strategica».

Sul fronte energetico, qual è la sua proposta?
«Bisogna smettere con l’ideologia. Nel breve periodo riaprirei le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi, che possono dare un contributo importante alle imprese. Metterei a gara le concessioni idroelettriche, che oggi generano extraprofitti enormi, e rivedrei i meccanismi di remunerazione di distribuzione e trasmissione, dove paghiamo costi più alti rispetto a francesi e tedeschi. Poi c’è il tema di fondo: il nucleare va fatto ripartire subito, perché abbiamo già perso anni preziosi».

E le rinnovabili?
«Vanno sviluppate, certo, ma va detto con realismo che non bastano. Una grande parte dell’energia rinnovabile si produce al Sud e si consuma al Nord, con costi di trasmissione molto alti. Inoltre ci sono momenti in cui si produce energia che non riusciamo a usare e che finiamo comunque per pagare, perché gli accumuli sono ancora costosissimi. Quindi serve un mix. Una quota crescente di rinnovabili va bene, ma accanto occorre energia non intermittente: gas, carbone nell’emergenza, e poi nucleare».

Nel libro insiste molto sulla crisi della classe media. Che cosa non ha funzionato nella distribuzione della ricchezza?
«Sono saltati due equilibri. Il primo è che il capitale, potendosi muovere liberamente, è andato dove il lavoro costava meno. Questo ha fatto uscire milioni di persone dalla povertà, soprattutto in Cina, ed è stato positivo sul piano dell’equità globale. Ma è avvenuto a detrimento della classe media manifatturiera occidentale. Il secondo punto è che il capitale oggi è molto più difficile da tassare, perché si sposta dove la tassazione è più favorevole. Il risultato è che la crescita della globalizzazione e dell’innovazione si è concentrata da una parte sui Paesi emergenti e dall’altra su chi già possedeva capitale, lasciando indietro una parte decisiva dell’Occidente».

È per questo che richiama il concetto di economia sociale di mercato?
«Sì, perché senza un capitalismo democratico muore la democrazia. Il capitalismo oligarchico, che pretende di pagare pochissime tasse e insieme di condizionare la politica, distrugge il patto democratico. La ricchezza deve avere una ricaduta anche sulle persone meno abbienti. O lo fai con la redistribuzione, ma oggi senza accordi internazionali è difficilissimo, oppure lo fai garantendo servizi pubblici forti. È la ragione per cui l’Europa, pur con tutti i suoi limiti, resta diversa dagli Stati Uniti».

Lei definisce l’Europa una grande potenza economica ma politicamente fragile. Qual è oggi il suo punto debole?
«Noi siamo sotto un attacco concentrico: politico da parte della Russia, economico da parte della Cina, che ci vende beni sussidiati e sotto costo, e strategico da parte degli Stati Uniti, che ci stringono sul piano energetico, militare e politico. L’Europa ha ancora una grande capacità industriale, ma non ragiona ancora come una potenza. E invece oggi deve farlo. Non vuol dire diventare aggressiva, ma diventare forte, cioè autonoma prima di tutto in difesa ed energia».

Che cosa rimprovera al governo sulle politiche industriali?
«Il punto è semplice: non c’è una politica industriale e il ministro Urso è inadeguato in questo ruolo. Su automotive, transizione industriale e grandi crisi produttive il governo è in ritardo o fermo. Sono stati immobilizzati fondi su misure che non hanno funzionato, i decreti attuativi arrivano tardi, l’Ilva è sostanzialmente bloccata e l’automotive viene trattato come se la sua trasformazione non fosse un problema nazionale. La prima cosa da fare sarebbe ripristinare una struttura di incentivi efficace, sul modello di Industria 4.0, e accompagnarla con una strategia seria sull’energia. Senza queste due leve perdiamo industria pezzo dopo pezzo».

Il Made in Italy è soprattutto una formula identitaria o una vera leva economica?
«È una leva economica vera, perché la crescita italiana si regge in larga parte sull’export. Però per esportare bene bisogna produrre bene in Italia, con produttività alta. Il tema non è soltanto se le imprese siano piccole o grandi: l’Italia ha tante aziende anche relativamente piccole che dominano nicchie di mercato molto ricche. Il problema è che sono troppo poche. Per questo bisogna accompagnarle sui mercati, aiutarle a penetrare la distribuzione commerciale e formare competenze dedicate. In passato avevamo lavorato bene sui temporary export manager proprio per questo».

Lei lega anche sicurezza e libertà. In economia si traduce in più protezionismo o più integrazione europea?
«Si traduce in più forza europea. Le persone scelgono la libertà finché si sentono sicure; quando si sentono esposte, scelgono la sicurezza. Se vogliamo difendere le democrazie dobbiamo renderle forti. Questo significa produrre in Europa ciò che serve per non essere ricattabili: energia, materiali strategici, difesa. Significa capire che siamo tornati in un mondo di rapporti di forza. L’Europa deve smettere di pensarsi solo come un progetto morale e tornare a pensarsi come una grande potenza democratica».

Lei è contrario a mantenere rigido il Patto di stabilità?
«Sì. Penso che prima o poi verrà sospeso comunque, perché quando l’Europa dice che non ci sono le condizioni, spesso poco dopo le condizioni si materializzano. L’Italia deve usare gli spazi che ha per fare investimenti sensati, per esempio sulla difesa, che non sono soltanto necessari dal punto di vista strategico ma hanno anche un impatto economico importante. Il tema non è spendere a caso, ma investire dove serve davvero».

Sul piano politico vede margini di dialogo con il cosiddetto campo largo?
«No, perché quel campo sta insieme contro Meloni, non su una proposta coerente di governo. Oggi il discrimine non è più semplicemente destra contro sinistra. I veri crinali passano per la collocazione internazionale, la sicurezza, l’Europa, il rapporto con le democrazie liberali. È lì che si capisce chi ha una linea e chi no. Azione prova a stare su questo terreno fin dalla nascita».