L’avvio del secondo mandato di Donald Trump nel gennaio 2025 segna una discontinuità più profonda di quanto molti osservatori europei siano disposti ad ammettere. Non è solo una questione di stile o di retorica: è una ridefinizione sostanziale della funzione della potenza americana in un sistema internazionale ormai privo di veri equilibri multilaterali. La nuova Amministrazione non si limita a interpretare l’“America First”, ma la radicalizza, trasformandola in una dottrina di egemonia transazionale, esplicita e orientata al risultato immediato. Il ricorso a strumenti tariffari non convenzionali, l’ambiguità strategica nei confronti dell’Ucraina e la retorica assertiva su dossier sensibili come Panama o la Groenlandia non sono deviazioni erratiche, ma elementi coerenti di una visione che considera il potere statunitense come leva negoziale totale. In questo schema, anche le alleanze tradizionali cessano di essere vincoli e diventano, piuttosto, piattaforme flessibili di cooperazione condizionata.

Il caso Venezuela rappresenta il punto di massima tensione tra diritto e potenza. La rimozione forzata di Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti per essere processato segnano una rottura evidente con i princìpi consolidati dell’immunità dei capi di Stato. È un precedente che inquieta, soprattutto in Europa, dove il diritto internazionale continua a essere percepito come architrave dell’ordine globale. Eppure, liquidare l’operazione come mera forzatura giuridica rischia di essere riduttivo. Washington ha agito dentro un contesto in cui il Venezuela era divenuto crocevia di traffici illeciti e influenza geopolitica ostile. Il risultato concreto è stato una riconfigurazione dei flussi energetici, con un rafforzamento della sicurezza occidentale e un indebolimento di attori antagonisti, a partire da Cuba. Il prezzo pagato, in termini di legittimità internazionale, è alto, ma coerente con una visione che subordina la norma all’interesse strategico.

Ancora più complesso è il teatro mediorientale. L’operazione congiunta tra Stati Uniti e Israele contro infrastrutture iraniane e vertici del regime, culminata nella morte di Ali Khamenei, apre uno scenario di instabilità controllata. La risposta di Teheran, con il blocco dello Stretto di Hormuz, ha dimostrato quanto il conflitto resti asimmetrico e capace di produrre shock globali, soprattutto sul piano energetico. In questo contesto, il sostegno americano a Israele non può essere letto come scelta ideologica, ma come elemento strutturale della sicurezza occidentale. Neutralizzare la proiezione iraniana significa ridurre il rischio di escalation future ancora più gravi. È una logica di deterrenza attiva, che privilegia l’azione preventiva rispetto alla gestione passiva delle crisi.

Le reazioni europee, tuttavia, evidenziano una frattura crescente. Il rifiuto di Spagna e Italia di concedere basi per operazioni militari segnala una volontà di autonomia strategica che resta, però, incompiuta. L’Europa rivendica un ruolo più indipendente, ma fatica a tradurlo in capacità operative e in una linea politica unitaria. La tensione con Washington, alimentata anche da dichiarazioni sopra le righe dello stesso Trump, non deve essere interpretata come una rottura definitiva dell’alleanza atlantica. Piuttosto, è il sintomo di un riequilibrio in corso: gli Stati Uniti chiedono agli alleati di assumersi maggiori responsabilità, mentre questi ultimi cercano spazi di manovra senza rinunciare alla protezione americana. In questo scenario, l’iniziativa della “Coalizione dei Volenterosi” per la sicurezza dello Stretto di Hormuz rappresenta un segnale interessante. Se evolverà in una vera capacità militare e politica europea, potrà segnare l’inizio di una maturazione strategica del continente. In caso contrario, resterà l’ennesimo esercizio simbolico.

Il punto centrale, però, è un altro: l’ordine internazionale non sta collassando, sta cambiando natura. La prevedibilità, valore cardine del multilateralismo novecentesco, lascia spazio alla flessibilità e alla competizione. In questo contesto, la volatilità decisionale di Trump non è solo un limite, ma anche uno strumento di pressione negoziale. Per l’Europa, la sfida è duplice. Da un lato, rafforzare la propria autonomia strategica, soprattutto sul piano energetico, accelerando la transizione verso fonti rinnovabili. Dall’altro, mantenere saldo il legame transatlantico, riconoscendo che, senza la potenza americana, la sicurezza del continente resterebbe fragile. Il futuro dell’Occidente dipenderà dalla capacità di trovare un equilibrio tra queste due esigenze: una leadership americana assertiva e un’Europa finalmente capace di agire. Non è una scelta tra subordinazione e indipendenza, ma tra irrilevanza e responsabilità.