Il limbo ucraino continua. Il negoziato con la Russia perorato da Donald Trump è, di fatto, paralizzato. Il sostegno del presidente degli Stati Uniti al Paese invaso è ai minimi. E a certificare il momento di crisi che si respira tra Washington e Kyiv è arrivata l’ultima rivelazione del Financial Times. L’ambasciatrice ad interim degli Stati Uniti in Ucraina, Julie Davis, lascerà infatti la capitale ucraina nelle prossime settimane. E le fonti vicine al dossier sottolineano che la ragione è da ricercare nelle divergenze ormai sempre più evidenti tra la funzionaria e la Casa Bianca.

Non è un caso isolato. Un anno fa, una decisione analoga era stata presa dalla precedente ambasciatrice, Bridget Brink. Come scrive il quotidiano britannico, altri esperti e funzionari coinvolti nel dossier ucraino hanno abbandonato l’amministrazione Trump proprio perché ormai distanti dal modo di gestire la questione da parte di Washington. E molti funzionari del Dipartimento di Stato accusano il presidente di avere appaltato il problema russo-ucraino ai suoi collaboratori (in particolare Steve Witkoff) relegando la diplomazia americana in secondo piano. Per il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott, la versione del Financial Times sarebbe “falsa”. Tuttavia, tra i funzionari ucraini, preoccupa il vuoto creato in una fase così difficile del conflitto e della diplomazia. Ieri, il presidente Volodymir Zelensky ha annunciato da parte di Kyiv “un nuovo pacchetto di sanzioni contro entità russe coinvolte nel rapimento di bambini ucraini e contro navi della flotta ombra russa”. Il capo dello Stato ha anche affermato che l’esercito sta entrando in una nuova fase di utilizzo delle armi a lungo raggio, confermando che le forze ucraine possono colpire fino a 1500 chilometri di distanza. Resta in piedi il canale di dialogo con Mosca sui prigionieri di guerra, tanto che Zelensky ha auspicato un prossimo scambio con quelli russi. Ma al momento, non arrivano segnali di altro tipo di trattative.

Vladimir Putin non ha sfruttato il momento di “distrazione” Usa con l’Iran per affondare il colpo in Ucraina. Ma la pressione del suo esercito non è diminuita né si sono abbassate le pretese negoziali. Negli ultimi giorni, la Difesa russa ha annunciato la conquista dell’insediamento di Ilyichovka, che, insieme a Dibrova e Krivaya Luka, potrebbe aprire le porte all’avanzata verso Slovyansk, uno dei principali obiettivi di Mosca nel Donbass. E secondo l’intelligence militare ucraina, il Cremlino è pronto anche ad arruolare 18.500 mercenari stranieri nelle forze armate russe. Il principale bacino in cui pesca Mosca è l’Asia centrale, anche se non mancano uomini arruolati (anche con l’inganno) dal Sud America e soprattutto dall’Africa. Secondo l’Ucraina, sono circa 27mila gli stranieri identificati tra i prigionieri fatti nelle file russe. E queste forze si uniscono (o si unirebbero) alle migliaia di nordcoreani già inviati ufficialmente da Kim Jong-un. Un tema fondamentale, questo, che potrebbe indicare le difficoltà di Mosca e che si unisce anche ai dubbi degli esperti sulla decisione presa dal Cremlino di celebrare la parata della vittoria in tono minore.

Il 9 maggio, nella tradizionale festa per ricordare la vittoria sulla Germania, non ci sarà infatti la solita parata militare in grande stile. Nella Piazza Rossa non ci saranno mezzi blindati e sistemi missilistici, ma ci saranno collegamenti video con il fronte di guerra. La Difesa ha motivato la mossa per “la situazione operativa in corso”. Il Cremlino, invece, ha citato “le attività terroristiche dell’Ucraina”. Una decisione che, in ogni caso, non è secondaria. Putin ha sempre considerato questa sfilata militare come uno sfoggio di grandezza ma anche come un simbolo di collegamento tra le varie anime della storia russa: quella comunista e quella attuale. Per qualche esperto, è possibile che i mezzi siano pochi e debbano essere impiegati sulla linea del fronte. Ma anche giustificare la riduzione della parata per le possibili “attività terroristiche” ucraine rischia di essere, nella propaganda del Cremlino. un’ammissione di fragilità.