L'improvviso giro di volta
L’oleodotto dell’Amicizia riapre, Zelensky annuncia il completamento delle riparazioni
Družba riapre. L’Europa ringrazia l’Ucraina e si porta a casa un secondo successo in meno di dieci giorni. Se lo merita, dopo i tanti gol subiti e i sabotaggi politici creati da suoi stessi Stati membri. L’annuncio del completamento delle riparazioni dell’oleodotto dell’Amicizia – sì, è assurdo, ma questo è il nome dell’infrastruttura – viene dato dal presidente Zelensky in persona. È un improvviso giro di volta, dopo che, nelle ultime 48 ore, era sembrato che tra Kyiv e Budapest non si fosse risolto nulla.
«Non è un gioco». Così aveva detto il premier in pectore ungherese, Péter Magyar, al leader ucraino. Per quanto portato sugli scudi dal mondo europeista, da Magyar era prevedibile un tono muscolare. Il leader di Tisza non può permettersi alcun eccesso prima dell’inizio del suo mandato. La già annunciata epurazione delle “marionette di Orbán” è positiva. Ma non bisogna avere fretta. Per Magyar sarebbe compromettente far passare la nazione dalla roccaforte del sovranismo, qual era con Orbán, a zerbino delle istituzioni comunitarie. Già con il governo uscente, le forniture di gas russo all’economia ungherese costituivano le condizioni inderogabili per lo sblocco dei 90 miliardi di euro, con cui l’Ue intende sostenere Kyiv per il biennio 2026-27 e che proprio l’Ungheria tiene congelati da tre mesi. La ripresa delle attività dell’oleodotto lascia ora prevedere un Consiglio informale Ue, che si terrà domani a Cipro, in discesa. Sempre che non subentrino altri intoppi.
Non è da escludere una ritorsione da parte di Mosca. Ancora ieri, poche ore prima della comunicazione di Zelensky, la Russia aveva fatto sapere che, da parte sua, i rubinetti erano pronti a essere riaperti. «Abbiamo obblighi contrattuali con l’Ungheria», aveva detto il portavoce del Cremlino, Dimitry Peskov. Il tono da rappresentante di major petrolifera si era poi trasformato in quello del ventriloquo di Putin, sempre alla ricerca di un vantaggio sul nemico. «Tutto dipende dal regime di Kyiv. Se apriranno l’oleodotto e metteranno fine al ricatto». L’Ucraina ha fatto il suo dovere invece. «Tuttavia, nessuno può garantire un comportamento simile da parte della Russia e che non ripeterà attacchi contro l’infrastruttura». Le parole di Zelensky lasciano intendere che altri raid ci saranno eccome. Magari accompagnati da altri ricatti di natura economica. L’Europa resta una facile preda, stretta com’è nella morsa delle speculazioni generate dalla crisi di Hormuz. Si teme infatti una rivalsa russa sul petrolio kazako verso la Germania. Passa anch’esso dal Družba, 2,1 milioni di tonnellate di greggio nel 2025. I giornali tedeschi hanno appunto scritto che Mosca sarebbe pronta a interrompere i flussi. Peskov non si è espresso. Ma è naturale che a Berlino qualcuno non dorma tranquillo. Lo stop al greggio del Caucaso, andrebbe a innervosire l’industria tedesca, già stressata dalla crisi produttiva e ora dalla lontana emergenza del Golfo. Piano con l’ottimismo, quindi.
Il vento è cambiato a Est, ma non ha ancora arieggiato tutte le stanze. E non è detto che lo farà. La vittoria di “Bulgaria progressista” a Sofia rappresenta un turn-over per il sovranismo europeo. Esce Orbán, entra Radev. I due non hanno lo stesso peso specifico. Non fosse altro per l’amicizia che il leader ungherese vantava con Trump. E poi per la posizione geografica defilata della Bulgaria. Tuttavia, il cocktail letale è lo stesso. Euro-scetticismo e pro-putinismo sono tutt’altro che debellati a Bruxelles. Tanto più che a fianco di Radev c’è lo slovacco Fico. Sarà lui che prenderà il testimone di Orbán cercherà in tutti i modi di intralciare il sentiero di ingresso dell’Ucraina nell’Unione? Già domani, a Cipro, lo si potrà testare. Il pericolo di un ritorno di fiamma del sovranismo euroscettico spiega l’ennesimo atto di intransigenza della Polonia. Varsavia ha reso nota l’intenzione di vietare il sorvolo del proprio territorio all’aereo appunto del premier slovacco, il cui volo è in programma il prossimo 9 maggio per la parata della vittoria a Mosca. Se l’Ue tentenna, non resta che ai singoli Stati giocare da falco. Anche con mosse preventive, che mettono in discussione Schengen, i rapporti bilaterali, gli equilibri in Consiglio Ue e che soprattutto lasciano il segno.
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