«Questa crisi energetica impone un riposizionamento complessivo dell’Europa e dell’Italia. È una sfida per cui tutti i partiti devono dimostrare maturità politica e uscire dalla condizione di conflitto permanente». Chicco Testa, imprenditore e manager, voce tra le più autorevoli in Italia nel campo delle politiche energetiche e di sostenibilità, osserva con preoccupazione la povertà delle misure messe in campo dal governo e altrettanto quelle dell’opposizione. «Più che alle soluzioni, si dà sfogo al litigio e alla polemica».

Ucraina, Gaza, Iran, Hormuz. La politica internazionale è ormai fatta di crisi senza soluzioni di continuità. Dobbiamo abituarci a vivere nell’incertezza. È possibile?
«Viviamo un periodo fuori dall’ordinario. Le turbolenze si traducono in problemi quotidiani per le persone. Se dovesse durare, l’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe portarci a una condizione di stagflazione, recessione e inflazione insieme. Di fronte a questo pericolo, la contrapposizione permanente tra maggioranza e opposizione è un lusso che il Paese non può permettersi».

Lo vediamo proprio con lo scontro Trump-Meloni.
«Esattamente. All’estero, quando il leader di un altro Paese attacca il governo, la politica fa fronte comune a difesa dell’interesse nazionale. L’attacco di Trump segna un distacco fra lui e Giorgia Meloni. Questo va commentato positivamente».

Non è cosa nuova però che in Italia la faziosità abbia la meglio sull’unità del Paese.
«La storia degli ultimi vent’anni di questo Paese ci dimostra che chi vince si ostina a governare con spirito di parte. Senza considerare che quando sono al governo dico una cosa, quando sono all’opposizione dico l’opposto. È successo con Berlusconi, con Renzi e lo vediamo anche oggi. Questo non è governare, però. Se dalle urne escono maggioranze risicate, o addirittura diverse tra Camera e Senato, il rischio è la paralisi. Lo ha detto bene Panebianco recentemente. È possibile che, dalle prossime elezioni, venga fuori un pareggio. Ma anche con una maggioranza risicata le cose non cambiano. Uno stato di ingovernabilità che risolvi tornando al voto, oppure sedendoti a parlare con chi hai combattuto in campagna elettorale. Serve un passo avanti da entrambe le parti. Ovvio, chi governa dovrebbe essere il primo a muoversi. A proporre una bozza di agenda comune. Con le emergenze in corso, bisogna individuare alcuni punti di interesse comune su cui lavorare insieme, mettendo da parte la logica del conflitto permanente».

L’energia può essere uno di questi terreni comuni?
«L’energia è il primo punto da dove partire. La politica energetica è un ambito vitale, per le famiglie e le imprese, in cui servono scelte di lungo periodo e un’indiscutibile condivisione di metodi, risorse e obiettivi. Non si può ribaltare tutto a ogni legislatura. Qui invece siamo al continuo cambio di gioco. Si pensa di partire con il calcio, invece è basket, poi pallavolo».

Non se ne esce.
«Invece bisogna provarci».

Come?
«Partendo dalle decisioni più logiche. Siamo tutti d’accordo che bisogna diversificare le fonti di approvvigionamento? Che non possiamo più dipendere da un solo Paese, ma ampliare il più possibile il ventaglio? Se sì, allora smettiamola di avere quella postura continuamente antagonista che non ha portato a nulla finora. E altrettanto smettiamola di sprecare milioni di euro in sussidi di varia natura. Se la situazione di crisi dovesse andare avanti, i prezzi alti aiuterebbero l’opzione di riduzione dei consumi. Non è una bella cosa. Ma non vedo alternative».

All’atto pratico cosa vuol dire trovare intese?
«Penso al modello francese sul nucleare. A Parigi i partiti litigano furiosamente come i nostri. Ma quando si parla di strategia energetica sono tutti dalla stessa parte».

Il nucleare però è proprio quello più divisivo.
«Il nucleare ha bisogno di comunicazione chiara e stabilità politica per vent’anni. Questa la si ottiene soltanto non cambiando il governo, ma condividendo tra le parti politiche lo stesso obiettivo e spiegandolo bene ai cittadini. Con serierà e onestà. Però voglio aggiungere due cose sulla strategia di base. Sulla diversificazione, intendo».

Prego.
«L’Italia deve smettere di rinunciare alle risorse che ha in casa. Nei nostri mari, il gas c’è. Sfruttiamolo. Come fanno croati, greci, ciprioti e israeliani. Se poi serve dover tornare al gas russo, integrato ad altre fonti, torneremo al gas russo. La verità è che il 75% dei nostri consumi energetici attuali è fatto da combustibili fossili. È vero che prima o poi si arriverà a una loro riduzione, grazie all’auto elettrica e ad altri consumi che migreranno verso l’elettricità, ma nel frattempo? Sarebbe da scrivere un libro su questo: “Ma nel frattempo?».

Perché non bastano le rinnovabili?
«Perché c’è un problema di rapidità e di disponibilità. I consumi sono in crescita. Data center, condizionatori, sistemi di ricarica delle batterie e appunto auto elettriche sono i protagonisti sempre più indiscussi della nostra vita. È irrealistico pensare di alimentarli solo con fonti poco dense e discontinue. È urgente arrivare a un’offerta che risponda il più rapidamente possibile. Dobbiamo trovare una strada di marcia che sia chiara e che venga mantenuta nel tempo. Siamo tutti bravi a trovare soluzioni da qui a cinquant’anni. Però lo ripeto, il problema è ora».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).