Ma l’Italia spera nella risposta Ue
Benzina e diesel, tra meno di un mese siamo di nuovo qui. “Si arriverà a una crisi di prodotto”
Più che un decreto carburanti, quello varato ieri dal governo è un “mini-maxi decreto” che accorpa le misure di contenimento dei prezzi alla pompa di benzina, appunto, ma anche i crediti d’imposta del piano Transizione 5.0, i nuovi sostegni delle aziende agricole e dell’ittica e chi ha esportato. I primi due punti erano quelli più attesi. Il provvedimento sposta al 1° maggio la scadenza delle aliquote su carburanti e biocarburanti e conferma lo sgravio fiscale alle imprese che hanno digitalizzato ed efficientato i loro impianti energetici.
Palazzo Chigi dà così ossigeno ai consumatori e alle imprese che trasportano su strada. «Va bene, però è meglio che finisca presto», osserva un imprenditore della distribuzione di benzina e diesel. Il riferimento, ovviamente, è alla crisi iraniana che mozza il respiro di chi alla guida vede accendersi la spia della riserva. «Il rischio è che si arrivi a una crisi di prodotto». Finora il problema è rimasto legato alle speculazioni finanziarie. Il prezzo di petrolio e gas è andato alle stelle, ma l’offerta ne ha risentito solo in parte. Tant’è che il valore dei future a lungo termine ha risentito molto meno dei famigerati rally di cui si sta parlando. Al momento, gli operatori danno fiducia agli Usa. La guerra avrà un termine. Dopo si lavorerà alla normalizzazione. Il panico non giova a nessuno.
È l’ennesima toppa? Il governo naviga a vista? L’opposizione sceglie la via del luogo comune per criticare un esecutivo che non aveva altre risorse da svincolare. Quando ha provato a togliere i soldi alle imprese queste si sono fatte sentire. E a ragion veduta. Non si può pensare che, per far contento chi deve viaggiare a Pasqua, ci rimettano quelle forze produttive che da anni investono, accendono mutui, fanno ricerca e sviluppo. D’altra parte, è una misura temporanea. Se la situazione non cambia, tra meno di un mese, siamo di nuovo qui. Come già i mercati, anche Palazzo Chigi si ostina a essere ottimista. Da quando è in carica, per Giorgia Meloni il 1° maggio è una data simbolica per gli interventi dall’impatto sociale. Nel 2023 c’è stato il Decreto lavoro, l’anno dopo il Decreto coesione e dopo ancora una serie di annunci sulla sicurezza. Il provvedimento in scadenza tra quattro settimane non è esattamente a misura di Welfare, però ne ha tutte le caratteristiche “filosofiche”.
Si fa debito per aiutare l’economia e raffreddare i mugugni. Tradotto in numeri, il governo ha stanziato quasi 1 miliardo di euro. Se si riflette sul fatto che questa è la seconda emergenza energetica vissuta dall’Europa – non solo dall’Italia – in appena quattro anni e che il Green deal ci avrebbe promosso a uno status di carbon free già nel 2050, viene da chiedersi perché sia l’Italia sia l’Unione europea, ma soprattutto quest’ultima, stiano scontando una crisi di politica internazionale in maniera così pesante. Due le risposte. Una energetica, l’altra di finanza pubblica. Il mix di approvvigionamenti che si sperava di ottenere una volta chiuso con Gazprom è ancora in fase di definizione. Peraltro, siamo passati da un fornitore unico a un oligopolio che specula sui prezzi ed è costituito anche da soggetti altrettanto “brutti e cattivi” come lo è la Russia di Putin. In più, l’offerta di rinnovabili e nucleare made in Ue non è ancora sufficiente.
Lato finanza pubblica, la questione meriterebbe di fare un salto di livello e passare a quello europeo. Come si recuperano le risorse se non si vuole sforare il Patto di stabilità? «Bisognerebbe concordare a Bruxelles uno spazio fiscale che permetta ai governi di contrastare queste situazioni», osserva Fedele De Novellis, economista del think tank Ref Ricerche. «L’Ue già ora dà la possibilità di attuare le clausole di emergenza in caso di recessione». L’Europa non è in recessione, ma poco ci manca. Vedi il bollettino della Bce di giovedì. «In generale, però, sarebbe necessario uno spazio di manovra sempre disponibile». Mezzo punto di Pil, pari a 10-11 miliardi di euro, calcola De Novellis. Bruxelles dovrebbe pensarci. Visto che ad alzare la mano per l’emergenza è stata sì Roma. Ma anche Berlino e Parigi.
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