Trentotto anni, laurea in Giurisprudenza, una giunta sulle spalle da quando ne aveva ventisette: Simone Venturini diventa sindaco di Venezia con uno scarto che nelle proiezioni sfiora i tredici punti su Andrea Martella. Vittoria larga, in una città che i sondaggi davano contendibile fino a due settimane fa, e chiusa al primo turno. Per il centrodestra è il dato politico più nitido della tornata, unico capoluogo di regione in palio, e la conferma che il decennio di Luigi Brugnaro non era un un’eccezione legata al suo personaggio ma un radicamento politico.

Chi è Simone Venturini, il nuovo sindaco di Venezia

Margherino doc, parrocchia, associazionismo, primi passi politici nell’Udc: nel 2010 in consiglio comunale con Orsoni, capogruppo di quel partito che allora a Venezia sosteneva il centrosinistra. Cinque anni dopo il salto nella lista di Brugnaro, l’incarico alla Coesione Sociale, poi l’accumulazione lenta delle deleghe che lo hanno reso il vicesindaco ombra della seconda consiliatura: Turismo, Lavoro, Residenza, Sviluppo economico. Quando lo intervistammo per Spritz qualche settimana fa, su overtourism e ticket d’accesso, colpiva la pacatezza tecnica con cui maneggiava il dossier più incandescente della laguna. Nessuna postura identitaria. Un cattolico moderato che ha imparato a stare nella destra senza diventarne il megafono.

I retroscena contano più del risultato. Il tavolo di coalizione, a inizio marzo, era tutt’altro che pacificato. Fratelli d’Italia, ridimensionata alla regionale di novembre dalla Lega di Stefani che l’aveva doppiata, puntava a rifarsi a Venezia: un proprio candidato e finalmente lo scettro di primo partito cittadino, dopo aver subito per due tornate l’egemonia della civica brugnariana (oltre il trentuno per cento nel 2020, contro un FdI al sei). Speranzon insisteva, la Lega di Vallotto frenava, Forza Italia con Zuin teneva il punto sulla continuità. A sbloccare il nodo è stato il profilo di Venturini: trasversale per biografia, governativo per cursus, indigesto a pochi. Un nome che Brugnaro ha imposto senza imporlo, lasciando che la coalizione vi convergesse da sola, e che ha permesso a Meloni di concedere senza cedere.

Un dato originale, in una stagione di polarizzazioni, è il consenso laterale. Il direttivo metropolitano di Azione, a fine marzo, lo ha scelto col novantacinque per cento dei voti; con loro anche il perimetro liberaldemocratico di Marattin. Il segnale che esiste, anche in Veneto, un’area di centro pragmatica che preferisce un amministratore credibile a una bandiera. Sul fronte opposto, Martella – senatore Pd, segretario regionale, sottosegretario nel Conte II – paga l’eccesso di profilo nazionale in una partita giocata sull’asse Mestre-terraferma, dove partecipate e dossier urbanistici pesano più dei posizionamenti romani.
Venturini raccoglie anche un’eredità complicata: l’inchiesta Palude, il caso Fenice col licenziamento di Beatrice Venezi, lo scontro Biennale-governo. Dossier che avrebbero potuto incrinare la transizione, e non l’hanno fatto. Parte con mandato pieno e alleati che hanno tutto l’interesse a non disinnescarlo. In una città che, dei sindaci pacati, ne ha consumati parecchi.