“From Naples to Jerusalem” per dialogare con un professore universitario israeliano (Uri S. Cohen) ma soprattutto per segnare una vera e proprio “tappa di allineamento contro i venti dominanti” dell’antisemitismo. Erri De Luca, 76 anni, scrittore nato a Napoli, parteciperà la prossima settimana all’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim in programma a Gerusalemme. In una intervista rilasciata al giornale Israel Hoyom e ripresa in Italia dal Foglio (con traduzione di Giulio Meotti), De Luca parte dalla parola sionista. “In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione, un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile”.

De Luca: “Molti non sanno di essere sionisti”

Ma – osserva – “per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista per questo fatto stesso. In Europa ci sono molte persone che la pensano così ma hanno paura della loro stessa ombra. Non sanno di essere sionisti. Io lo dico ad alta voce, e non mi importa del prezzo”.

Lo stesso De Luca ha sottolineato la risposta data alla cantante Achinoam Nini dopo l’invito ricevuto ad un evento in programma a luglio a Firenze: “Le ho detto: sarò felice di venire, ma sono sionista. Non sono capace di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa più importante, non collaborerò con nessun evento o forum in cui si parli di genocidio in riferimento a Gaza’”.

“A Gaza nessun genocidio, IDF spostava civili”

Altro parola caldissima che lo scrittore napoletano analizza è quella relativo a “genocidio“: “So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. E’ l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. E’ terribile, ma non è genocidio”.

A provare che non sia un genocidio è l’atteggiamento militare dell’IDF: “Se l’obiettivo dell’esercito israeliano – spiega De Luca – fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile, dato che l’intera popolazione era concentrata dentro la città. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota. Non si basa su fatti o osservazioni, ma su un chiaro desiderio di insultare Israele e di ferirne la legittimità”. De Luca ha precisato di non essere disposto a fare “da ornamento intellettuale a gruppi che usano queste parole”.

De Luca: “Non temo isolamento, da 25 anni sono volontariamente isolato”

Lo scrittore, dopo aver ufficializzato la sua posizione sionista, non teme l’isolamento e “gli insulti della cricca letteraria” perché “sono volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Non ho mai accettato di partecipare a premi letterari, né come candidato, né come giudice, né come ornamento. Non mi interessano le piccole conventicole, la politicizzazione a buon mercato delle case editrici. Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda”.

De Luca – si legge nella pagina ufficiale del festival israeliano – “non è solo romanziere e poeta di riferimento, ma anche un attivista sociale, che parla yiddish (una lingua germanica sviluppata dagli ebrei ashkenaziti a partire dal X secolo in Europa centrale, ndr) ed ebraico antico, che ha tradotto la Bibbia in modo unico”. Il suo ultimo libro presto verrà pubblicato in ebraico.

De Luca: “7 ottobre non è pogrom perché c’erano ostaggi”

“La guerra, la distruzione di Napoli e lo sterminio degli ebrei europei sono gli eventi in cui mi sono sentito coinvolto e personalmente impegnato, nel profondo” sottolinea lo scrittore che poi si sofferma sul sabato nero, quel 7 ottobre 2023 che ha visto i terroristi di Hamas fare irruzione dei kibbutz uccidendo quante più persone possibili: “La prima cosa che mi ha colpito quella mattina è stata l’assoluta mancanza di preparazione, l’allarmante assenza di difesa militare nella zona. Non c’era difesa lì. La risposta iniziale è stata interamente sulle spalle di singoli individui che hanno mostrato una selvaggia ingegnosità e hanno combattuto da soli contro la morte. Ma oltre al fallimento operativo o di intelligence tattica, sono convinto che ci sia stata una ‘ignoranza volontaria’ da parte del vostro governo. C’è stato un rifiuto cosciente e profondo di capire la situazione, e il risultato è stato il prezzo più terribile di tutti, qualcosa che non si sarebbe nemmeno potuto immaginare”. Un’azione che non va derubricata utilizzando il termine pogrom: “Sento gente usare il termine pogrom, ma ciò che è accaduto qui è stato peggiore e più sofisticato di un pogrom. Nei classici pogrom europei i rivoltosi non prendevano ostaggi su questa scala. Venivano, uccidevano, distruggevano e se ne andavano. Qui l’uso massiccio di ostaggi e la loro detenzione nelle gallerie aggiungono una dimensione di crudeltà pianificata e razionale che rende questo evento qualcosa di brutto e diverso da tutto ciò che abbiamo conosciuto nella storia moderna”.

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