Le Ragioni di Israele
Quando il caro benzina in Italia diventa antisionismo di convenienza, così il governo Meloni non vuole lasciare alla sinistra il serbatoio elettorale anti-Bibi
La sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele avrà uno scarso impatto concreto. Ma l’importante è sbandierare la notizia per trovare un responsabile e dare l’impressione di colpirlo
La campagna elettorale è già ripartita, anche a destra. E il bersaglio resta sempre lo stesso: Benjamin Netanyahu. Israele, l’unico Stato ebraico al mondo, grande quanto la Puglia e con circa 10 milioni di abitanti (di cui gli arabi israeliani sono oltre il 21%, con pieni diritti civili e politici), dal 2005 subisce decine di migliaia di razzi e missili da Gaza e dal Libano. Eppure, a differenza dei regimi vicini animati da intenti sterminatori, investe decine di miliardi di dollari nella sicurezza dei suoi cittadini.
A Gaza, ricordiamo, i bunker restano privilegio esclusivo dei miliziani, mentre la popolazione civile viene usata come scudo umano. Il costo di ogni intercettazione (Iron Dome, Arrow, David’s Sling) varia da decine di migliaia di dollari fino a oltre un milione (e in alcuni casi di più per i missili balistici). Grazie a bunker per la popolazione civile e a sistemi di difesa con efficacia tra il 90% e il 92%, lo Stato ebraico ha finora respinto il progetto genocidiario che l’Iran persegue attraverso i suoi proxy. Queste tecnologie sono tra le migliori al mondo: qualsiasi Paese le vorrebbe, e con la Elbit – che è la principale azienda di difesa israeliana – fanno contratti i più lungimiranti con accordi da miliardi di dollari.
Da noi, con una spesa per la difesa che nel 2025 ha toccato i 45 miliardi di euro (almeno sulla carta, tra stanziamenti e riclassificazioni Nato), il sistema difensivo resta ridicolo: più proclami che cupole di ferro, più riunioni atlantiche che scudi reali. In Italia, dove da tempo si invocano boicottaggi contro Tel Aviv ma non contro Teheran o Pechino (e qualcuno ancora nega che si tratti di antisemitismo), la macchina della propaganda elettorale ha già trovato il capro espiatorio. Con il solito mix di TikTok e titoli a effetto (mentre solo il 15-25% dei lettori arriva in fondo a un articolo di economia) la presidente
Meloni ha puntato il dito su Bibi. Dopo il calo di Trump nei sondaggi, le sue esternazioni sulla nostra premier e sul Papa (i voti dei cattolici sono sempre rincorsi da tutti gli schieramenti), l’esito referendario e la sconfitta di Orbán, Meloni sa qual è oggi la priorità percepita dagli italiani: il caro benzina. Tutti la ricordiamo ai distributori mentre denunciava lo “Stato sanguisuga” e prometteva di cancellare le accise. Da opposizione rivoluzionaria si è trasformata in un pragmatico asset del sistema: quando si governa, si smette di urlare e si comincia a lavorare. Eccezion fatta per i 5 Stelle, che con reddito di cittadinanza e Superbonus hanno indebitato il Paese per le prossime generazioni.
Giorgia Meloni non ha rivali nel cavalcare l’onda del momento. Oggi tocca alla guerra contro la teocrazia iraniana, ma declinata nella versione più digeribile per l’italiano medio dei social: Hormuz a rischio, rifornimenti in pericolo, benzina alle stelle. Se il prezzo alla pompa sale e la vacanza in Grecia diventa incerta, serve un responsabile immediato. Meglio se già impopolare: Bibi e quegli ebrei che si ostinano a voler vivere in sicurezza. Poco importa che la sbandierata sospensione del rinnovo automatico del memorandum di difesa con Israele, annunciata dalla premier a margine del Vinitaly e formalizzata con lettera di Crosetto a Katz, abbia scarso impatto concreto sul piano strategico (come ammesso anche da fonti israeliane). Conta il messaggio che arriva a grandi titoli: non lasciamo alla sinistra il serbatoio elettorale antisionista.
Forse gli strateghi della comunicazione di Fratelli d’Italia hanno capito che, se si può sacrificare qualcuno in facciata per guadagnare punti nei sondaggi, storicamente la minoranza ebraica è sempre stata la più conveniente da offrire in pasto all’opinione pubblica.
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