“È asservito alla morte chi fa di sé stesso un idolo” ha detto Papa Leone XIV, presiedendo il Rosario per la pace nella Basilica di San Pietro. Chissà se è stata questa affermazione a incendiare il Presidente americano Donald Trump, che in un attacco scomposto, inutilmente aggressivo e profondamente sbagliato, si è scagliato contro il Pontefice. Il Papa si è rivolto ai governanti, “Fermatevi! È il tempo della pace!”, a fronte delle crisi internazionali sempre più aspre e delle trattative diplomatiche ancora troppo fragili. Ma se quell’appello alla pace “disarmata e disarmante echeggia dal primo giorno del suo pontificato, Leone ora lancia un messaggio ancor più forte, “la prepotenza calpesta, l’amore solleva; l’idolatria acceca, il Dio vivente illumina”.

Poco dopo aver pronunciato queste parole, la reazione di Trump in persona. “Non sono un suo fan” riferisce, per poi proseguire in un elenco scompigliato di accuse, “è debole sul crimine, debole sulle armi nucleari”, “pessimo per la politica estera”, “sta danneggiando la Chiesa cattolica”, il tutto mentre pubblica un’immagine sui social generata dall’IA in cui si vede un Trump-Messia, in tunica, circondato da fedeli e su uno sfondo patriottico. A proposito di megalomania… o MAGAlomania. Ma non è finita, Trump sbraita e in un delirio sì, di onnipotenza, sostiene che Leone dovrebbe essergli grato e si auto-conferisce la capacità di influire persino nelle scelte del Conclave. “Se non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”, questa la teoria del tycoon. Trump non si limita ad attaccare, tenta anche di delegittimare il Pontefice stesso nel suo ruolo di guida spirituale, non rendendosi conto che così facendo dà prova della sua impotenza.

Il Verbo non si può incasellare nelle dichiarazioni politiche istantanee, né tantomeno il richiamo profondo alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità, si può ridurre alla bagarre terrena. “Il Papa parla un’altra lingua, che non si lascia ridurre alla grammatica della forza, della sicurezza, dell’interesse nazionale”, spiega padre Antonio Spadaro, sottosegretario vaticano alla Cultura e all’Educazione. “Non penso si possa abusare del Vangelo nel modo in cui alcune persone stanno facendo”, risponde qualche ora dopo Papa Leone ai cronisti, sottolineando di non aver paura dell’amministrazione Trump, di non esser un politico e di non aver intenzione di fare un dibattito col Presidente americano. Una risposta netta, quella di Leone, pacata ma ferma.

Dall’Italia, messaggi di solidarietà al Pontefice giungono trasversalmente. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sottolineano il cruciale lavoro del Papa per il ritorno della pace, in queste ore nel viaggio apostolico in Africa. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ribadisce, “ho augurato al Santo Padre una missione proficua in Africa, che è un continente fondamentale per la stabilità del Mediterraneo”. Il Vicepremier Matteo Salvini bolla come “non intelligente” il comportamento di Trump, mentre molti parlamentari – dal Partito democratico a Fratelli d’Italia – condannano le parole fuori luogo del Presidente Usa. “I Trump passano, i papi restano” scrive il leader di Italia Viva Matteo Renzi, e intanto il presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte non perde occasione per attaccare Meloni, “madre, cristiana, ancora non si è schierata”, ma in realtà tutta la politica italiana, al di là del colore politico, ha espresso il rammarico per le parole denigratorie di Trump nei confronti del Papa.

È evidente che in questa sfida tra spirito e materia, tra potere politico e voce morale, Trump abbia commesso un grave errore. Il Papa non è una controparte politica, ma il successore di Pietro. Mentre Trump deve render conto ai suoi elettori, e governa la “Città terrena”, Leone è chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace, con uno sguardo alla “Città di Dio”. A Trump servirebbe un bel seminario su Sant’Agostino. Magari il Vicepresidente JD Vance, fervente cattolico, lo può aiutare.

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.