La riforma della legge elettorale entra ufficialmente nel calendario parlamentare. Il provvedimento approderà infatti nell’Aula della Camera il 26 giugno per la discussione generale, dopo la richiesta avanzata dai capigruppo del centrodestra durante la conferenza dei presidenti di gruppo di Montecitorio. Un’accelerazione politica chiara. E tutt’altro che neutrale. Perché segnala la volontà della maggioranza di chiudere il dossier prima dell’autunno e di arrivare a un nuovo impianto elettorale condiviso prima della lunga stagione delle Regionali.

Il commento di Lupi

A scoprire apertamente le carte è soprattutto Maurizio Lupi. Noi Moderati sta tessendo con Azione di Carlo Calenda e il PLD di Luigi Marattin un fronte comune, in nome della giusta rappresentanza dei centristi che le elezioni amministrative hanno confermato in piena salute. Si intestano infatti la proposta più strutturata emersa finora nel centrodestra: un sistema che punti insieme a governabilità, chiarezza e rappresentanza. «Serve una legge elettorale che dia finalmente chiarezza agli elettori e stabilità», spiega Lupi. Il modello immaginato prevede una soglia del 42 per cento per ottenere il premio di maggioranza, il superamento dei ballottaggi e, nel caso nessuna coalizione raggiunga quella quota, una ripartizione proporzionale dei seggi. Ma soprattutto introduce un punto identitario per Noi Moderati: le preferenze. «I cittadini devono poter scegliere i propri rappresentanti, non avere parlamentari nominati», insiste Lupi. È qui che il ragionamento politico diventa più profondo. Perché la critica ai “nominati” è diventata negli anni un elemento trasversale, capace di unire pezzi di centrodestra, riformisti e settori dell’opposizione. L’idea di recuperare un rapporto diretto tra eletto ed elettore viene letta da Noi Moderati come una correzione necessaria rispetto alle distorsioni del Rosatellum.

Il modello delle elezioni regionali

Il riferimento dichiarato è il modello delle elezioni regionali: premio di maggioranza, indicazione immediata del vincitore e governabilità assicurata. Un sistema che, nella lettura centrista, consentirebbe di evitare sia le larghe coalizioni post-voto sia il rischio di paralisi parlamentare. La partita, però, resta tutta politica. Perché la riforma della legge elettorale continua a essere il terreno sul quale si misurano le due esigenze, governabilità e rappresentanza. E non è un caso che il centrodestra tenti ora di coinvolgere formalmente anche le opposizioni.

A rivendicare il metodo è stato Giovanni Donzelli durante la riunione della Commissione Affari costituzionali. «La maggioranza ha deciso di farsi carico di alcune esigenze portate dall’opposizione per provare a formulare una ipotesi di modifica e perché queste siano accolte, affinché le regole del gioco siano il più condivise possibile», ha spiegato il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia. Donzelli ha poi difeso il lavoro svolto in Commissione: «Il testo base è stato già preparato, se c’è altro siamo pronti ad ascoltare per poi riflettere sulle sollecitazioni. Quello che non si può dire è che non abbiamo avuto rispetto: siamo andati nel massimo del rispetto del Parlamento». Tradotto: la maggioranza tira dritto, ma vuole evitare l’accusa di blitz. Anche perché il tema è troppo delicato per essere affrontato soltanto con i numeri parlamentari. E proprio qui si inserisce la strategia di Noi Moderati. Il partito di Lupi prova a occupare uno spazio preciso: quello di una forza di governo che difende la stabilità ma insieme rilancia la rappresentanza e il peso dell’elettore. Un messaggio rivolto non solo alla maggioranza, ma anche a quell’area centrista che da mesi ragiona sulla crisi del bipolarismo tradizionale.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.