Nel dibattito istituzionale – non certo nel dibattito pubblico – viene insufflata anche questa volta, come a ogni vigilia di voto che conti, una riforma elettorale in grado di scontentare i più piccoli e soddisfare i desiderata dei grandi attori. Ma dietro la rincorsa infinita alla “formula giusta si nasconde un problema più profondo: la crisi della politica e dei partiti. Ne è convinto Sabino Cassese, tra i più autorevoli giuristi italiani, già ministro della Funzione pubblica nel governo Ciampi e giudice della Corte costituzionale dal 2005 al 2014. Accademico di fama internazionale, studioso delle istituzioni e del diritto amministrativo, Cassese osserva con preoccupazione la continua instabilità delle regole elettorali italiane e invita a riportare al centro la partecipazione degli elettori più che la mera ingegneria parlamentare.

Professore, non le sembra strano che in Italia — caso quasi unico in Europa — si rimetta mano alla legge elettorale prima di ogni tornata?
«Non è solo strano, ma è anche pericoloso. La formula elettorale — perché di questo si tratta, non della legge elettorale che rimane immutata — è un metodo per tradurre i voti in seggi. Così come il significato delle parole non può cambiare nella traduzione da una lingua straniera all’italiano nel giro di qualche anno, anche la formula elettorale dovrebbe rimanere stabile. La prova si ha leggendo gli studi stranieri sulle formule elettorali delle democrazie mature, dove la parola più frequentemente usata è “longevo”. Quest’uso continuo di cambiare formula elettorale ha creato un circolo vizioso: debole offerta politica, assenteismo, divisione dell’elettorato, maggioranze difficili, ricerca di sempre nuove formule elettorali che suppliscano alle incerte basi parlamentari del governo. L’obiettivo della stabilizzazione dei governi, per evitare esecutivi transeunti, è innanzitutto compito della politica stessa, che deve assicurare consenso. Ma, per farlo, vi debbono essere veri partiti — associazioni, non le ombre dei partiti attuali».

Siamo davvero condannati al bipolarismo? È una necessità dettata dalle leggi elettorali o il bipolarismo è ormai entrato stabilmente nella cultura politica degli italiani?
«In Italia si confonde il bipartitismo con la polarizzazione. Più la politica si svuota di contenuti, più ha bisogno di tattiche polarizzanti. Quale partito è oggi in grado di indicare all’elettorato una piattaforma politica? Dove sono i programmi? Dove sono le assemblee di partito a livello comunale, provinciale, nazionale, che discutono gli obiettivi delle proposte da fare all’elettorato? La politica è ridotta a brevi slogan, uno nuovo ogni giorno, per attirare un elettorato migrante, instabile, fondamentalmente insoddisfatto dell’offerta politica».

Negli ultimi trent’anni abbiamo oscillato tra proporzionale, maggioritario e sistemi misti. È mancata una cultura condivisa delle regole democratiche?
«Nel 1946-47 si pensò di inserire la formula elettorale nella Costituzione. Ma poi l’ipotesi fu esclusa perché nessuna delle forze politiche era sicura del seguito che sarebbe riuscita ad assicurarsi nel Paese. Si lasciò quindi la determinazione della formula elettorale alla legge ordinaria, più facilmente modificabile. Ora il tema dovrebbe essere affrontato non tanto con l’obiettivo di rendere più stabili i governi, che è un obiettivo secondario, quanto con un altro obiettivo molto più importante: riportare l’elettorato alle urne. Lo scopo di chi voglia scrivere una riforma della formula elettorale dovrebbe essere quello di consentire maggiori scelte a un elettorato che ormai si astiene con proporzioni preoccupanti, dal 40 al 50 per cento. Per esempio, come suggeriscono i matematici, si potrebbe consentire di indicare una prima e una seconda opzione».

Il ritorno del dibattito sulle preferenze può rafforzare il rapporto tra cittadini ed eletti o rischia di riaprire vecchie distorsioni della politica italiana?
«Reintrodurre le preferenze potrebbe servire proprio a ridare significato alle elezioni, che oggi si riducono a un sì o un no. Questo potrebbe spingere un maggior numero di elettori a recarsi alle urne, perché consapevoli che la propria scelta ha un significato. Si allargherebbe così la base elettorale e diminuirebbe la componente oligarchica del sistema».

Premio di maggioranza e ballottaggio nazionale possono garantire stabilità senza alterare il principio di rappresentanza?
«Ripeto quanto ho detto: l’obiettivo primario di una riforma della formula elettorale dovrebbe essere quello di riavvicinare gli elettori alle urne; quello secondario assicurare la stabilità dei governi».

Esiste ancora spazio, nel sistema politico italiano, per culture centriste e moderate oppure le leggi elettorali degli ultimi anni hanno progressivamente compresso quell’area?
«Più la politica perde contenuti, più tende a radicalizzarsi e a polarizzarsi. L’elettorato moderato continua a esistere, ma non trova un’offerta politica strutturata e credibile. Le formule elettorali possono influire, ma il problema resta soprattutto la debolezza dei partiti».

Quale importanza riveste la mediazione politica, cioè la ricerca di un accordo il più possibile condiviso tra le forze parlamentari, nell’individuazione di una nuova legge elettorale?
«L’importanza è grandissima. Ma il contesto rende difficile il dialogo tra le forze politiche che siedono in Parlamento e che ormai sembrano parlare soltanto per differenziarsi».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.