La deterrenza
Taiwan si prepara all’assedio della Cina, viaggio nella fabbrica dei droni-manga: “Oggi siamo in grado di colpire Shanghai, presto arriveremo a Pechino”
Thunder Tiger, nata per produrre giocattoli, ora è leader nell’alta tecnologia applicata alla Difesa Una lezione di politica industriale e di sicurezza nazionale. “Saremo pronti per colpire anche Pechino”
TAIPEI – Visitare una fabbrica di droni è un po’ come tornare bambini. All’ingresso dello stabilimento della Thunder Tiger, a Taichung, si trovano schierati i device a misura reale e in scala di unmanned aerial vehicle, unmanned surface vehicle e droni marini. Strumenti di guerra, non c’è alcun dubbio, ma dal design avveniristico e suggestivo, che rimandano ai robot dei manga giapponesi. Del resto, l’azienda nasce nel 1979 proprio come fabbrica di giocattoli, specializzata in automobiline telecomandate.
Da fabbrica di giocattoli a fabbrica di droni
Sulla carta, la conversione produttiva può apparire come un gioco da ragazzi. «In realtà, è stata una questione di sopravvivenza», spiega Allan Chi, responsabile vendite di una Thunder Tiger che, per dimensioni, non ha nulla di sorprendente. Il 2025 si è chiuso con circa 46 milioni di dollari di fatturato, per uno staff da 350 persone. Numeri da Pmi italiana. La differenza è che, in questo caso, si sta parlando del brand leader in assoluto a Taiwan nell’alta tecnologia applicata alla Difesa. «Siamo i primi fornitori del governo di Taipei, ma anche di Stati Uniti, Ucraina, alcuni membri Nato e Giappone», spiega Chi di fronte a un modello di “Seashark 800”, drone marino da 8 metri, impiegato nelle operazioni ad alto rischio.
“Nessun componente è fatto in Cina”
Nonostante la delicatezza del posto e del tipo di produzione, non c’è alcun controllo all’ingresso, né proibizione di fare foto e pubblicarle. Del resto, il catalogo aziendale è online. Ogni drone è illustrato al minimo dettaglio, con costi di produzione, supply chain di supporto e capacità operativa. «Nessun componente è fatto in Cina». Per Chi è importante sottolinearlo. Se questa produzione a “chilometro zero” punta a prevenire o combattere il gigante oltre lo Stretto, non si può avere in pancia nulla di fabbricato dal nemico. E così la visita al parco giochi assume le vesti di una lezione di politica industriale, che ruota intorno alla Difesa e alla sicurezza nazionale, con anche un’occhiata alle relazioni estere di Taiwan. «Pechino è il nostro nemico, ma anche competitor diretto sul mercato». Parole che aggiungono un ulteriore elemento alle tensioni in corso. Per il Partito comunista cinese, porre fine all’indipendenza di Taiwan significherebbe risolvere una questione ideologica, concludere un regolamento di conti storico, soddisfare una fissazione personale di Xi Jinping e, infine, controllare una filiera strategica per Washington. Se l’obiettivo è arrivare a una pari capacità militare Cina-Usa, nell’arco di 10-15 anni, è inammissibile che la prima si trovi ad avere, a poche miglia marine di distanza, un fornitore di armi e strumentazione tecnologica così importante per il Pentagono. Senza i droni taiwanesi, infatti, perfino la guerra in corso contro l’Iran avrebbe assunto altre sembianze. E probabilmente non in favore degli Usa.
Taiwan, il taglio delle spese militari
«Le guerre saranno sempre più combattute con le macchine. È urgente quindi far sì che droni, robot e tutta la strumentazione militare a controllo remoto diventino un elemento di deterrenza». È per questo che la Thunder Tiger deplora il taglio alle spese militari deciso dal Parlamento di Taipei. Per l’azienda c’è un rischio di tenuta sul mercato. «Se Washington e Parigi, con cui anche lavoriamo, dovessero vederci come un fornitore non più all’altezza, cercherebbero altri produttori per
soddisfare la propria domanda». Conseguenze industriali dettate da scelte politiche a loro volta frutto della guerra cognitiva. Il meccanismo è lineare. Russia e Cina fanno leva sulle debolezze dei sistemi democratici. L’opinione pubblica viene convinta dell’inadeguatezza delle politiche di riarmo stabilite dai propri governi. E così si arriva al taglio dei budget. Lo si vede in Europa, in Australia, ora anche a Taiwan. Il problema è che questo Paese si sente di stare in prima linea. Come l’Ucraina e Israele.
«In questo momento, stiamo lavorando allo sviluppo dei droni marini per contenere un’invasione cinese, che prevedrebbe l’intervento di forze navali nello Stretto di Taiwan. Al tempo stesso, stiamo puntando alla produzione Uav a lungo raggio». Il manager della Thunder Tiger indica quindi il “PaPaDelta Series”, drone identico allo Shahed iraniano, se non per la lunghezza. «I conflitti in Ucraina e in Iran sono due lezioni che stiamo tenendo a mente». La prima per lo sviluppo della fibra ottica, utile per l’identificazione dei bersagli, e l’applicazione dell’Intelligenza Artificiale. «La seconda ci indica che sono le lunghe percorrenze quelle da colmare. Oggi siamo in grado di colpire Shanghai. Ci auguriamo di arrivare presto a Pechino».
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