Alberto Pagani, già parlamentare Dem e componente della Commissione Difesa della Camera, insegna oggi discipline legate alla sicurezza internazionale e agli scenari strategici contemporanei. Analista geopolitico e studioso dei nuovi equilibri globali, segue da anni l’evoluzione del confronto tra Stati Uniti, Cina e Russia, con particolare attenzione ai temi della difesa, della deterrenza economica e della competizione tecnologica tra le grandi potenze.

Professor Pagani, il ritorno di Trump a Pechino segna davvero un cambio d’epoca geopolitico?
«Quando l’Air Force One ha toccato la pista del Beijing Capital International Airport, non atterrava soltanto un presidente americano. Si materializzava una riconfigurazione dell’ordine mondiale covata per anni sotto le ceneri del multilateralismo. Donald Trump torna in Cina nove anni dopo la visita del 2017 — quella della Città Proibita e degli accordi commerciali da 250 miliardi annunciati tra fanfare e promesse, molte rimaste sulla carta. Stavolta il contesto è radicalmente diverso e la posta in gioco molto più alta».

Perché il contesto è tanto diverso?
«Trump arriva a Pechino in condizioni più fragili di quanto ammetta la sua retorica. Sul piano interno è indebolito: i dazi sono diventati contestabili dopo la sentenza della Corte Suprema di febbraio. Sul piano internazionale porta con sé i dossier aperti: Iran, Ucraina, Gaza, Libano. È arrivato da Xi Jinping senza una vera exit strategy, sapendo che oggi il tempo lavora più per la Cina che per gli Stati Uniti».

La delegazione americana racconta già la natura del vertice?
«La delegazione che accompagna Trump è già una dichiarazione politica. Tra i presenti ci sono Elon Musk, Tim Cook, Robert Kelly Ortberg di Boeing, Larry Fink di BlackRock e Jensen Huang di Nvidia. È il vertice del capitalismo americano. L’obiettivo è costruire un Board of Trade e un Board of Investment bilaterali: strumenti per regolare gli scambi e gestire gli investimenti reciproci. In sostanza, il summit non mette di fronte due nemici, ma due soci in conflitto che rinegoziano i termini del rapporto».

Quali sono i dossier più delicati emersi dal G2 in Cina?
«La formula concordata dai due leader è quella di una “relazione costruttiva di stabilità strategica”, definizione ambiziosa ma ancora priva di meccanismi vincolanti. Sul commercio, i mercati si aspettano una proroga della tregua sui dazi, nuovi acquisti cinesi di prodotti agricoli americani e un maxi accordo Boeing da 200 aerei. Sul dossier Iran-Hormuz, Washington e Pechino hanno concordato che lo Stretto deve restare aperto e che Teheran non debba dotarsi di armi nucleari. Ma sulla mediazione cinese con l’Iran i comunicati restano vaghi. Il dossier più rivelatore è però Taiwan. Il comunicato della Casa Bianca non cita l’isola. Quello cinese sì: Xi ha ricordato a Trump che Taiwan è “il problema più importante” nelle relazioni Usa-Cina. Washington tace, Pechino ribadisce. È l’ambiguità strategica che si consuma lentamente».

Dietro la retorica americana, esiste oggi una reale asimmetria a vantaggio della Cina?
«Il Peterson Institute stima che senza la guerra commerciale le esportazioni americane verso la Cina sarebbero oggi quasi il 60% più alte. Nel solo 2025, l’export Usa verso la Cina è sceso del 25,8%. Trump può rivendicare un deficit ridotto, ma al prezzo di una minore leva commerciale. Nel frattempo, Pechino ha diversificato le forniture energetiche, ampliato i partner commerciali, accelerato sull’elettrico e investito in robotica e semiconduttori. Xi è arrivato al vertice con più pazienza e più leve negoziali. Trump con la necessità di esibire risultati immediati. È questa asimmetria ad aver plasmato il summit».

In questo scenario, l’Europa rischia di restare schiacciata tra Washington e Pechino?
«Mentre Trump atterra a Pechino, l’Europa appare come il vaso di coccio manzoniano stretto tra vasi di ferro. Mario Draghi, nel discorso di Aquisgrana per il Premio Carlo Magno, ha chiarito che la Cina non può essere un’alternativa strategica per l’Europa. L’espansione industriale cinese produce surplus e sovracapacità incompatibili con gli equilibri europei, mentre Pechino usa il controllo sulle terre rare per aumentare la dipendenza tecnologica dell’Ue».