Ci sono figure politiche che appartengono a un’epoca, e figure che appartengono a un’idea. Olivier Dupuis apparteneva a un’idea: quella di un’Europa che non fosse una somma di nazioni, ma una forma sia antica sia inedita di civiltà politica. Un’idea che ha servito con una disciplina rara, quasi ascetica, per decenni. Dupuis ha scelto i modi e i tempi della propria morte, ricorrendo all’eutanasia dopo aver scoperto un male incurabile. È la cifra della sua biografia: tutto scelto, voluto, sottratto alla rassegnazione, di vivere come di morire.

Chi era Olivier Dupuis

Belga, nato nel 1958 nella Vallonia francofona, Dupuis irruppe sulla scena politica continentale per aver rifiutato la leva militare. A far differenza tra la sua disobbedienza civile (fu incriminato per diserzione nel 1986) e quella di tanti altri giovani attivisti dell’epoca era la motivazione: il suo non era affatto pacifismo, ma europeismo, perché riteneva già negli Ottanta che né la difesa militare né quella civile alternativa costituissero risposte efficaci di fronte alle minacce reali alla pace e alla sicurezza, costituite allora dalla mancanza di libertà e di democrazia in Unione Sovietica e nel blocco comunista. Altro che pacifista: anni dopo, da parlamentare europeo, all’indomani degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 si alzò nell’aula di Strasburgo per dichiarare che una ragione per cui l’America era stata attaccata, e l’Europa no, era proprio l’ipocrisia e l’ambiguità della politica europea degli ultimi 50 anni, quella connivenza con quei regimi autoritari nei paesi arabi e islamici nel cui alveo il terrorismo era nato e cresciuto.

Accolto nell’universo radicale

Marco Pannella lo accolse nel suo mondo, l’universo radicale degno del realismo magico di García Márquez, abitato da creature fuori scala. Dupuis era una di quelle creature. Aveva fatto della politica non un mestiere, ma una forma dell’esistere. Il blog che teneva da qualche anno, L’Européen, era una dichiarazione di metodo. Testi in francese, italiano, inglese, spagnolo, tedesco, polacco, ucraino, russo, persino esperanto. Rifiutarsi di pensare l’Europa da una prospettiva nazionale, rifiutarsi di scegliersi una sola lingua, dunque un solo punto di vista. Il suo europeismo non aveva nulla di visionario né di astratto. Le sue proposte erano sempre operative: che il Consiglio diventasse il Senato europeo, un esercito comune non sostituivo di quelli nazionali, l’elezione diretta del Presidente della Commissione, una televisione pubblica europea. Nessuna fantasia, ma leve di un concreto ingegnere politico. In fondo, a lui le etichette non piacevano: diffidava della contrapposizione tra “federalisti europei” e sostenitori della “Europa delle patrie”, la trovava vuota perché miope e poco pragmatica, in un’epoca in cui il rischio che lui vedeva non era di architettura istituzionale ma di sopravvivenza stessa della civiltà europea.

La biografia di Olivier Dupuis insegna cosa voglia dire vivere da europei

Non nel 2022, ma nel 2014 aveva già scritto “Noi siamo l’Ucraina”, aggiungendo: “Continuare a fingere di poter trattare con la Russia come se fosse uno stato democratico è suicida”. E ancora, sempre nel 2014: “Se oggi in Ucraina l’Europa rinuncia alla difesa dei valori che stanno a fondamento del progetto europeo, se (…) non mostra un sussulto di dignità, si condanna a infinite e sterili lamentele di fronte all’ascesa dei sentimenti anti-europei, anche nel cuore dell’UE”. Due anni dopo ci sarebbe stata la Brexit, ma già in quel maledetto 2014 Dupuis aveva percepito quella strategia di infiltrazione mafiosa delle istituzioni democratiche europee da parte del regime putiniano. La biografia di Olivier Dupuis insegna cosa voglia dire vivere da europei. Non “essere europei”, che è una contingenza geografica, ma “vivere da europei”: sentirsi a casa in tutto il Continente, percepirlo come patria inevitabile contro il provincialismo del nazionalismo artificiale, come difesa della libertà contro la rassegnazione al male. Quel male a cui non si è rassegnato nemmeno alla fine. Credetemi, di Olivier Dupuis e delle sue idee abbiamo, forse, solo iniziato a parlare.

Piercamillo Falasca

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