La giornata di 'devasto'
Il 25 aprile e la caccia all’ebreo, Milano mostra il suo volto maledetto
Nell’aria si respira il profumo di Ganja. In fondo alla strada, la vista è offuscata da due fumogeni rosa. La musica dei Modena City Ramblers rimbalza sulle mura Palazzo Marino e del Teatro alla piazza Scala. Due ragazze orinano all’angolo di un vicolo. A pochi metri l’ingresso di quello che fu il Banco Ambrosiano.
I nuovi partigiani hanno terminato la caccia all’ebreo e ora danno espressione del proprio concetto di liberazione. Si balla a piedi nudi sul pavé. Il corteo passa sotto gli occhi sorpresi di designer giapponesi e architetti tedeschi, che vestiti di tutto punto, aspettano diligenti di entrare in un qualche showroom.
Resistenza significa rifiutare qualsiasi regola sociale e abbandonarsi alle più banali provocazioni. Ora e sempre resistenza, sempre perché se, un domani, si smettesse di resistere vorrebbe dire allinearsi agli schemi. Sono passati 81 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Il 25 aprile è diventata una giornata di “devasto”. La libertà e la democrazia allora conquistate si traducono in sfascio. Mentale e fisico. Il bello dev’essere deturpato. Il pensiero perbene merita di essere schiacciato. Si cerca a ogni costo di superare la banalità. E così si degenera nello sfascio volgare.
Ci siamo divertiti tutti nel mettere a dura prova la nostra razionalità. C’è chi ancora lo fa, magari nella discrezione delle proprie mura di casa. Quindi nessuno può dirsi senza peccato. Diverso è però farlo vedere.
Oggi Milano ha mostrato al mondo il suo volto maledetto. Ha segnato un cambio epocale nella celebrazione di una festa che dovrebbe essere nazionale, condivisa, di pace. Ma ha anche fatto sapere di non riuscire a controllarsi. La città place to be, dei grandi eventi, la Milano che si vanta di far vedere il bel paese al mondo ha detto con disinvoltura che di tutto questo se ne fotte.
Non le importa che il palco internazionale del Salone del mobile sia stato riempito di rifiuti, bottiglie di birra vuote e vomito. L’eventuale giudizio negativo, che potrebbe seguire tutto questo, non le incute timore. Milano si sente talmente perfetta da potersi concedere questo spettacolo. Domani, dopo un hung over collettivo, bisognerà fare i conti con tutto questo. C’è chi avrà un mal di capo, appesantito da un doveroso senso di colpa. Altri diranno: “Ancora!”
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