Quelle assoluzioni non facevano una grinza, ecco perché i ricorsi della procura generale non potevano non essere rigettati. Stanno tutte qui, di fatto, le ragioni con cui la Cassazione, pochi giorni fa, ha motivato, fra le altre, le assoluzioni di Nicodemo Parrilla e Michele Laurenzano, all’epoca dei fatti sindaci rispettivamente di Cirò Marina e Strongoli, nel crotonese, entrambi coinvolti nell’inchiesta “Stige” che il 9 gennaio del 2018, su richiesta della Dda di Catanzaro guidata allora dal procuratore Nicola Gratteri, portò all’arresto di 169 persone.

È finita con l’assoluzione, fra processo ordinario e abbreviato, di circa 100 imputati (fra cui, oltre ai politici, anche gli imprenditori coinvolti). Parrilla era stato indicato come uno dei rappresentanti della cosca Fara-Marincola in seno all’amministrazione comunale, mentre Laurenzano era accusato di essersi piegato alla ’ndrina Giglio. Il primo è rimasto un mese in carcere, il secondo un mese e mezzo ai domiciliari. Entrambi avevano subìto una dura condanna in primo grado, 13 anni Parrilla, 8 Laurenzano, ed entrambi sono stati assolti il 10 novembre del 2023, giorno in cui la Corte d’Appello di Catanzaro ha ribaltato la sentenza. Il 4 novembre scorso è stato lo stesso procuratore generale presso la Corte di Cassazione a chiedere il rigetto del ricorso della pubblica accusa. Richiesta accolta dalla Suprema Corte, che pochi giorni fa, come detto, ha depositato le motivazioni della sentenza emessa il 26 novembre.

Quanto a Parrilla, la Cassazione scrive che il ricorso del procuratore generale “è infondato alla luce delle indicazioni di questa Corte in punto di ribaltamento della pronunzia in senso assolutorio”. La Suprema Corte, infatti, dopo aver evidenziato le ragioni dell’assoluzione pronunciata dalla Corte d’Appello, conclude che il motivo del ricorso della pubblica accusa, “nel riesaminare le risultanze probatorie, non si confronta con la giurisprudenza richiamata secondo cui non si richiede che la prospettazione difensiva sia tale da superare ogni ragionevole dubbio, ma è sufficiente che essa rappresenti, sulla base degli elementi raccolti, una diversa e plausibile ricostruzione del fatto rispetto a quella fatta propria dal giudice di primo grado, che renda non certa la colpevolezza e deponga per un esito liberatorio”. Quanto a Laurenzano, scrivono gli Ermellini, “il motivo di ricorso risulta generico nella sua formulazione”. Secondo la Cassazione, infatti, “il ricorrente, dopo avere riportato ampi stralci della motivazione della sentenza impugnata relativi all’assoluzione dei due imputati, prosegue nel riportare ampi stralci della motivazione della sentenza di condanna di primo grado e a censurare complessivamente la diversa valutazione che della vicenda ha operato la Corte territoriale rispetto al Tribunale. Manca, tuttavia, la specifica indicazione delle risultanze processuali della sentenza di primo grado, assunte nella loro oggettiva consistenza, con le quali la sentenza impugnata risulta non essersi confrontata. Da qui la mancanza di specificità del motivo”.

Va detto che l’inchiesta “Stige” si è rivelata un buco nell’acqua anche per quanto attiene la posizione degli imprenditori, assolti in via definitiva. Il motivo di ricorso della procura generale avverso, ad esempio, l’assoluzione dell’imprenditore dei vini Valentino Zito e dell’imprenditore edile Giuseppe Tridico, viene definito “generico nella sua formulazione, nonché manifestamente infondato”. Se pure il processo ha portato alla condanna degli esponenti dei clan, dunque, sulle accuse al livello politico e imprenditoriale è andato incontro a una bocciatura senz’appello.