La crisi in Iran
Trump è sicuro: “Iran a zero sul nucleare”. Ma i Pasdaran non fanno marcia indietro
La riapertura dello stretto di Hormuz non arriva, la leadership iraniana, frammentata e con una catena di comando precaria, non fa concessioni sul nucleare. La crisi continua e Trump appare più frustrato
Cosa fare dell’Iran. Donald Trump non sa come rispondere a questa domanda e il Golfo Persico rischia di trasformarsi nel suo peggiore incubo. Ieri ha detto che sono in corso “contatti diretti” con i funzionari di Teheran e che “non bisogna avere fretta” nel negoziato. Allo stesso tempo, però, il presidente degli Stati Uniti ha sottolineato, ancora una volta, che la Repubblica islamica non potrà avere una capacità nucleare.
“Fermerà al 100% l’arricchimento dell’uranio” ha dichiarato il tycoon all’emittente radiofonica Wabc. “Me ne occupo io, e mi hanno detto che otterremo la polvere. La chiamo ‘polvere nucleare’ perché è appropriato”, ha detto riferendosi alle scorte di uranio arricchito. The Donald ha anche suggerito che Usa e Cina sarebbero le uniche eventuali destinazioni del combustibile consegnato. Ma appare ormai chiaro che Trump sia sempre più frustrato da una situazione che non sembra in grado di risolversi nel breve termine. Secondo la Cnn, il presidente è sempre più spazientito dall’evolversi della crisi. La riapertura dello stretto di Hormuz non arriva, la leadership iraniana, frammentata e con una catena di comando precaria, non fa concessioni sul nucleare. E a Washington si fa sempre più largo l’ipotesi di una seconda ondata di bombardamenti. Mike Waltz, ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite, ha spiegato in un’intervista a Ynet che Trump “ha dato una possibilità alla democrazia e mostrato moderazione”, ma che adesso “tutte le opzioni sono sul tavolo”. E la frustrazione del presidente è data anche dal sentirsi costretto a misure interne per evitare il rincaro dei carburanti e al dover chiedere l’intervento della superpotenza rivale: la Repubblica popolare cinese. Alla Casa Bianca sono consapevoli che la guerra non ha portato i risultati sperati dal leader Usa. L’elevato numero di morti tra le gerarchie iraniane, il blocco di Hormuz, i bombardamenti contro basi e siti lanciamissili, così come i raid di giugno contro gli impianti nucleari, dovevano piegare Teheran e rendere il negoziato molto più semplice.
Invece, la Repubblica islamica continua a inviare segnali di intransigenza. Ieri, i Pasdaran, veri padroni del Paese, hanno anche organizzato un’esercitazione militare nei dintorni della capitale. Le manovre, battezzate “Comandante Martire”, in onore dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, sono state condotte dai Guardiani e dalla milizia a loro affiliata, i Basij, sotto la parola d’ordine “Labbayk Ya Khamenei”, che tradotto significa “Al tuo servizio, o Khamenei”. Una dimostrazione di forza sul controllo del territorio ma anche un avvertimento per qualsiasi evento bellico o protesta. Le impiccagioni proseguono, così come gli arresti. E sul fronte negoziale, il presidente del parlamento iraniano, Mohammed Bagher Ghalibaf, ha ribadito sul social X che “non c’è altra scelta se non quella di accettare i diritti del popolo iraniano, come delineato nella proposta in 14 punti”, cioè la proposta formulata da Teheran e ritenuta inaccettabile da Trump. Mentre Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera, ha chiarito ancora una volta la linea rossa di Teheran sull’atomo: “Una delle opzioni dell’Iran in caso di un altro attacco potrebbe essere l’arricchimento al 90%. Ne discuteremo in Parlamento”. E anche sul fronte di Hormuz non arrivano segnali distensivi.
Il contrammiraglio Mohammad Akbarzadeh, vicecapo politico della Marina dei Pasdaran, ha detto che Teheran ha ampliato di dieci volte la sua area operativa nello stretto. E proprio sul controllo delle porte del Golfo Persico, la comunità internazionale cerca di arrivare un compromesso che metta fine a un problema drammatico per i mercati energetici e per l’agricoltura mondiale. Qatar e Turchia hanno chiesto all’Iran di non usare lo stretto come un’arma di ricatto. Mentre l’Alta rappresenta dell’Unione europea, Kaja Kallas, ha confermato la disponibilità di Bruxelles a fare la sua parte per un’eventuale missione di pace ampliando il mandato dell’operazione Aspides.
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