Il clima di sospetto
Garlasco circo mediatico, tutti intercettati: anche i familiari di Chiara Poggi. La verità granitica e la terza richiesta di revisione
Gravissimo è il clima di sospetto costruito da almeno dieci anni, da quando dopo la condanna di Stasi, sono partite le indagini difensive dei suoi avvocati e la denuncia di sua madre, non solo nei confronti di Andrea Sempio ma soprattutto verso il suo amico Marco, il fratello minore di Chiara
Intercettati anche i familiari di Chiara Poggi. Ma ci sarà un giudice a Pavia, a raccogliere l’amarezza e la protesta di questa famiglia. Giuseppe, Rita e Marco, genitori e fratello della ragazza che diciannove anni fa fu uccisa dal fidanzato -così dicono le sentenze-, non si limitano più a prendere le distanze dalla procura di Pavia che indica come assassino Andrea Sempio al posto di Alberto Stasi. Quello di ieri, un comunicato affidato agli avvocati Francesco Compagna e Gian Luigi Tizzoni, è un urlo a gola aperta. “Prendiamo atto -scrivono i legali- del fatto che la procura di Pavia abbia ritenuto di sottoporre a intercettazioni i familiari della vittima, la cui incredibile colpa sembra esser stata quella di aver partecipato attivamente a un processo penale conclusosi con la condanna irrevocabile di Alberto Stasi, consacrata dalla Suprema Corte di Cassazione e di non credere in alcun modo al coinvolgimento di Andrea Sempio”.
Non è bastato quindi lo strazio di aver perso Chiara, figlia e sorella, non è sufficiente il vero circo equestre mediatico che ogni giorno si scatena da diciannove anni su quell’assassinio, femminicidio si direbbe oggi, del 13 agosto del 2007 a Garlasco. Gravissimo è il clima di sospetto costruito da almeno dieci anni, da quando cioè, dopo la condanna definitiva di Stasi, sono partite le indagini difensive dei suoi avvocati e la denuncia di sua madre, non solo nei confronti di Andrea Sempio, ma soprattutto verso il suo amico Marco, il fratello minore di Chiara. Ci sono state campagne di stampa che hanno insinuato una sua complicità nel delitto, addirittura mettendo in discussione la presenza del ragazzo in montagna in quei giorni con i genitori. Anche l’ombra di un rapporto omosessuale tra i due amici non è mancata. E non è un caso che i legali di casa Poggi ritengano che “le attività di indagine compiute dai carabinieri della Stazione di Milano Moscova siano state gravemente condizionate da contesti poco trasparenti”.
E adesso, mentre, la procura di Pavia si accinge a chiedere il rinvio a giudizio nei confronti di Sempio per omicidio volontario e aggravato, sono proprio i carabinieri di Milano a definire Marco Poggi, sentito tre volte in un anno come persona informata sui fatti, come una sorta di testimone reticente, non collaborativo, addirittura ostile. Perché? Perché il fratello di Chiara, così come i suoi genitori, hanno nella mente una verità granitica, che coincide con quella sancita dalla sentenza passata in giudicato che ha condannato Alberto Stasi per quel delitto. La stessa verità che ha portato la corte d’appello di Brescia e la cassazione a respingere per due volte la richiesta di revisione e altrettante volte la Cedu a ribadire la regolarità anche formale dei processi. Nessun tribunale, nessun organismo italiano o europeo hanno fino ad ora potuto scalfire quel verdetto e i suoi sette punti con gli indizi “gravi precisi e concordanti”.
Ma oggi i riflettori sono tutti puntati su Andrea Sempio. Se il gip accoglierà l’inevitabile richiesta di rinvio a giudizio della procura, il suo sarà un processo indiziario. Non è una prova il Dna rinvenuto sulle unghie di Chiara. La genetista Denise Albani, nominata come perito dal giudice per le indagini preliminari Denise Albani, ha stabilito che quel Dna non è attribuibile a nessuno, ma solo “compatibile” con la linea paterna della famiglia di Andrea Sempio. Indizio ancora più debole è quello della famosa “impronta 33” dall’apparente colore rossastro, dovuto al reagente usato per l’esame. Ecco perché, con questi indizi così discutibili e discussi, la procura di Pavia sta puntando le proprie carte sul movente del delitto. Si presume che il ragazzo, che usava con l’amico Marco lo stesso computer di famiglia su cui lavorava anche Chiara, abbia potuto vedere un filmino intimo girato dalla ragazza con il fidanzato e si sia invaghito. Ed ecco le captazioni dei soliloqui del ragazzo sulla propria auto piena di cimici e le frasi “autoincriminanti”, secondo l’interpretazione dell’accusa. E intanto Alberto Stasi si prepara a tentare, per la terza volta, la via della revisione.
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