Garlasco sta per divenire uno dei più gravi errori giudiziari nell’adolescenza del nostro secolo. Gli elementi ci sono tutti, a partire da una delle prime finestre aperte sul voyeurismo della cronaca nera, in cui l’esposizione pubblica ha fatto da padrona. Chi appartiene alla mia generazione è cresciuto dentro un racconto televisivo che ha chirurgicamente trattato la psicologia di Alberto Stasi come quella di un disturbato, di uno che sul PC aveva immagini di donne provocanti e, per questo motivo, capace di uccidere.

Ma, assieme alla gravità dell’accusa, la vita del giovane bocconiano, tacciato spesso in questi termini così da scatenare l’odio sociale verso quei “finti bravi ragazzi”, è stata segnata da una terribile tragedia personale. Il padre, logorato dallo stress psicologico e fisico, si ammalò di tumore e morì con la consapevolezza dell’innocenza del figlio, ma senza quella, ben più difficile, di un mondo disposto a credergli. Quante volte la magistratura commette l’errore di chiudere dei casi spinta più dall’affanno dell’opinione pubblica che dalla certezza delle proprie convinzioni?

Occorre rammentarlo: nel caso di Alberto Stasi non sono mai state ritenute sufficienti prove tali da superare la soglia dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”, e – non a caso – nei primi due gradi di giudizio fu assolto. Le accuse nei confronti di Alberto Stasi si sono fondate su una ricostruzione prettamente indiziaria. Come si direbbe nel gergo, un impianto indiziario privo di una prova regina. Mi domando quante vite come la sua siano oggi dietro le sbarre a scontare errori grossolani, nati dalla fretta di consegnare un caso alla storia, pur di sottrarsi alle disturbanti colonne della cronaca.

In Italia, la responsabilità per errore giudiziario ricade formalmente sullo Stato. È lo Stato a risarcire, non chi ha materialmente preso decisioni che hanno inciso in modo irreversibile sulla vita di un individuo. Solo in casi estremi, dolo o colpa grave, è prevista una rivalsa nei confronti del magistrato, peraltro limitata e raramente applicata. Ne deriva un sistema in cui la magistratura esercita un potere enorme, quello di incidere sulla libertà e sull’esistenza delle persone, senza che a questo potere corrisponda una responsabilità altrettanto concreta e proporzionata. Se quella villa immersa tra le colline del Pavese dovrà insegnarci qualcosa, questo non so dirlo; ma quanto oscuro sia il meccanismo dell’accusa, che sembra voler partorire un colpevole più che cercare il colpevole, è uno dei tratti più inquietanti di questo giovane secolo. Un secolo in cui le istituzioni, piegate dall’interesse pubblico e dalla pressione dell’opinione, finiscono per inseguire il consenso, mentre la verità riposa sul fondo del suo pozzo. Perseguirla è spesso dispendioso, talvolta persino controproducente, soprattutto tra le ombre del potere.

Vanessa Combattelli

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