L'intervista
Querele temerarie, Hallissey: “Serve un tetto. I giornali sono in crisi, come possono sopravvivere davanti a richieste di 200mila euro per un articolo?”
Matteo Hallissey è tra i volti emergenti del garantismo liberale italiano. Presidente di PiùEuropa e di Radicali Italiani, rappresenta una generazione politica cresciuta fuori dai vecchi schemi ideologici e fortemente impegnata sui temi della giustizia, dei diritti civili, della libertà d’informazione e dello Stato di diritto.
Il referendum sulla giustizia è stato archiviato come una sconfitta. Eppure tredici milioni di italiani hanno votato per cambiare il sistema. Che segnale è?
«È un segnale enorme. Ci dice che una parte importantissima del Paese sente il tema della giustizia come una priorità democratica. Certo, il risultato finale non è stato quello sperato, ma quei tredici milioni di cittadini non possono essere liquidati come un incidente statistico. Al contrario, dimostrano che esiste una domanda fortissima di garantismo, di equilibrio tra poteri, di tutela dei diritti».
La riforma della giustizia resta incompiuta?
«Assolutamente sì. E il rischio peggiore oggi è la rassegnazione. C’è il pericolo che, perso il referendum, tutto venga rimesso in un cassetto. Sarebbe un errore gigantesco. Noi dobbiamo continuare a tenere questi temi al centro del dibattito pubblico. Lo dobbiamo ai giornalisti che hanno lavorato su queste battaglie, agli avvocati, ai magistrati garantisti, a tutti quelli che in questi mesi hanno avuto il coraggio di esporsi».
In questo momento uno dei temi più urgenti sembra quello delle querele temerarie.
«Sì, perché non è un problema del Riformista o di una singola testata. È un problema democratico nazionale: le querele temerarie vengono usate troppo spesso come strumento intimidatorio dalla politica, pezzi delle istituzioni, grandi centri di potere. I dati parlano chiaro: una quota enorme delle azioni temerarie arriva proprio dalla politica. E se aggiungiamo quelle provenienti da magistrati o altri soggetti influenti, capiamo subito quanto sia difficile per un giornalista lavorare serenamente».
L’Italia è in ritardo anche sull’applicazione della direttiva europea anti-SLAPP.
«Ed è una cosa gravissima. Abbiamo superato i termini previsti dall’Europa e rischiamo addirittura procedure di infrazione. Eppure quella direttiva rappresenta il minimo indispensabile per proteggere la libertà di stampa. Altri Paesi si sono già mossi: Belgio, Romania e altri Stati hanno introdotto strumenti concreti contro gli abusi giudiziari. Noi invece siamo ancora fermi».
Che cosa dovrebbe prevedere una vera legge di tutela per i giornalisti?
«Prima di tutto procedure rapide per bloccare le azioni manifestamente infondate. Poi sanzioni efficaci contro chi usa serialmente le querele come arma. E infine tutele economiche vere per chi viene trascinato in processi lunghissimi senza motivo».
Il nodo centrale sono anche le richieste di risarcimento astronomiche.
«Assolutamente. Oggi è folle immaginare che una testata in crisi possa sopravvivere a richieste da duecentomila o trecentomila euro per un singolo articolo. È evidente che in molti casi il punto non sia ottenere giustizia, ma mettere economicamente in ginocchio il giornale».
Serve un tetto massimo alle richieste pecuniarie?
«Sì, ed è una misura di puro buon senso. Bisogna fissare limiti chiari e proporzionati. Non puoi avere un sistema editoriale devastato dalla crisi delle edicole, dai crolli pubblicitari, dalla rivoluzione digitale e contemporaneamente mantenere un impianto sanzionatorio pensato negli anni Sessanta, quando i giornali avevano un peso economico completamente diverso».
Chi ricopre ruoli pubblici dovrebbe avere più tolleranza verso critiche e articoli scomodi?
«Io credo di sì. Chi esercita funzioni pubbliche dovrebbe usare la querela con enorme cautela. Io ricevo attacchi quotidiani, online e offline, anche da figure pubbliche, ma non penso che ogni critica debba trasformarsi automaticamente in un procedimento giudiziario. In una democrazia il diritto di critica va protetto, non intimidito».
C’è un rischio democratico dietro l’abuso delle querele?
«Sì. Perché un giornalista intimidito lavora peggio. Un giornale strangolato economicamente chiude. E quando i giornali chiudono, il problema non è dei giornalisti: è dei cittadini. Senza stampa libera il controllo democratico sui poteri semplicemente si indebolisce».
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