Il bilancio
Regno Unito, terremoto al voto: Starmer il grande sconfitto. E’ la fine del bipolarismo ma c’è il rischio ingovernabilità
Vittoria del Reform Uk e disfatta dei laburisti alle elezioni amministrative. Farage avanza e scalda i motori per il 2029
Tante cose previste, alcune sorprese, un appunto da tenere a mente per tutti. Vincitori, vinti e chi si autoconvince di non aver perso. Cit. La maxi infornata di elezioni amministrative ha suonato il de profundis per il bipolarismo nel Regno Unito. Questo si sapeva. Come anche della vittoria del Reform Uk e della disfatta dei laburisti. Con alcune limature. I nazionalisti di Nigel Farage conquistano antiche roccaforti operaie del Galles e della Scozia. Erodono meno del previsto quei municipi conservatori, dove questi ultimi hanno fatto una campagna elettorale alla Farage style. È stata una Starmergeddon. Anche questo era scritto. Il premier però non lascia Downing street. Dovrebbe farlo? Se si andasse al voto oggi, per rinnovare Westminster, ne emergerebbe un risultato che non conviene nemmeno al vincitore di questa maxi infornata di elezioni amministrative, che ha messo all’asta 2.500 seggi di 136 consigli municipali. No overall control. Nessun partito avrebbe la maggioranza assoluta. Lo stesso Farage dovrebbe cercare degli alleati per presentarsi da Re Carlo come candidato premier.
La fine del bipolarismo espone al rischio ingovernabilità il Paese quintessenza della stabilità in Europa. Non è un problema di adesso, però. Anche se tutti devono tenerne conto. Le elezioni nazionali sono in agenda nel 2029. Tre anni possono cambiare la storia. Magari anche più volte. Il Labour ha davanti a sé la responsabilità di governare pur essendo il primo grande sconfitto di queste elezioni. Starmer viene marcato stretto a destra dal Reform e tallonato dalla sinistra radicale in cui i verdi di Polanski hanno raccolto lo scettro del “propal-populismo” di Zarah Sultana e Jeremy Corbyn, rimasti a loro volta ai margini di questo appuntamento elettorale. Se vorrà davvero ribaltare il risultato di questo voto, il premier che si atteggia al Blair 4.0 dovrà scegliere se fare scelte radicali anti-Farage, oppure in senso diametralmente contrario. Quindi imitando una delle due espressioni del radicalismo che lo hanno sconfitto. Starmer e il suo Labour sono moderati, stanno intraprendendo un cammino di recupero nelle relazioni con l’Europa, parlano di riarmo e di riposizionamento del Paese nel capitalismo globale. Difficile conciliare un progetto così austero con proclami anti-establishment.
Più realistico l’impegno per Farage. Il più chiassoso dei brexiter ha davanti a sé una prateria per costruire un partito di governo. Gli serve un programma politico degno di Whitehall, un piano di finanziamenti trasparente – non come ora – una politica estera in cui inevitabilmente Bruxelles non sia presa a pesci in faccia a priori e, soprattutto, una squadra di governo. Nigel Farage sarà pur premier nel 2029, ma il suo gabinetto da chi sarà composto?
Tutto questo pone delle riflessioni per gli altri partiti. I tory non sono abituati a giocare in Premier League. Arrancare a chi è lì pronto per la volata sarà difficile. La sconfitta in quantità di oggi – i seggi andati in fumo sono oltre duecento – è solo ridimensionata in qualità. La municipalità di Westminster, in pratica il centro storico di Londra, torna nelle loro mani. È una sorpresa. Nella società britannica frustrata. Dalla rivalità tra nazionalisti ed euroscettici da una parte, contro le derive wokiste-islamiste dall’altra, Londra pareva fosse il cuore pulsante del progressismo. Evidentemente all’ombra del Big Ben si preferisce riprendere il proverbiale aplomb. Per i tory può essere un punto di partenza da cui risalire la china. Fermo restando che neppure per loro sarà possibile andare al governo da soli.
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