Decreto Lavoro, caro-energia, ma anche Transizione 5.0 e la ridefinizione dei criteri delle rappresentanze sindacali. Con Daniela Fumarola, Segretaria generale della Cisl, abbiamo ripercorso il mercato dell’occupazione. Da via Po il messaggio a Palazzo Chigi è chiaro: «Ci sono tutte le condizioni per arrivare a un nuovo patto sociale».

Segretaria Fumarola, la Cisl ha accolto bene il Dl Lavoro, ma ha anche detto che è soltanto il primo tassello. Quali devono essere i prossimi e qual è l’obiettivo finale?
«Rilanciare crescita, salari e pensioni. Traguardi da tagliare con un Patto sociale. Il decreto è un primo passo, ma serve una strategia condivisa con le parti sociali che agisca su alcune traiettorie. La prima è una politica dei redditi espansiva: i bonus sono transitori, va ancora ridotto strutturalmente il cuneo fiscale. Serve un fisco più leggero su lavoro e pensioni, un controllo serrato su prezzi e tariffe. Le risorse si trovano tassando rendite improduttive da finanza speculativa, grandi patrimoni immobiliari e superprofitti da oligopoli. La seconda direttrice riguarda gli investimenti sulla persona a partire dalla formazione, che deve diventare un diritto soggettivo esigibile e universale, e che porta con sé incremento di innovazione, produttività e salari. È poi necessaria una riforma del welfare che promuova politiche attive, sanità di prossimità, non autosufficienza. La terza colonna è la contrattazione, che va promossa soprattutto nel livello decentrato, aziendale e territoriale, che deve diventare un diritto di tutti».

Del Dl Lavoro, cosa apprezzate di più e quali aspetti, invece, potrebbero essere migliorati?
«Il punto più importante è il legame tra incentivi alle assunzioni e applicazione dei trattamenti economici complessivi dei contratti comparativamente più rappresentativi. La buona contrattazione diventa la misura concreta del salario giusto, confine di decenza sotto il quale c’è sottosalario e sfruttamento. Contro un salario minimo scelto dai partiti, che farebbe uscire molte aziende dai Ccnl, schiaccerebbe le retribuzioni medie e trasformerebbe le minime in un prodotto da campagna elettorale. Ci sono poi migliorie da apportare. Primo, estendiamo questo principio rendendolo strutturale. Non un euro pubblico dovrà mai andare a chi non paga adeguatamente i lavoratori. Bisogna impedire ai contratti “gialli” di entrare nel novero dei “buoni”, rispettando il trattamento economico e ignorando le parti di welfare e il peso reale della rappresentanza di chi li ha firmati. Sarebbe un’equivalenza dannosa perché legittimerebbe la pirateria associativa. Rischio che può essere evitato esigendo anche l’allineamento di tutti gli elementi normativi contenuti nei contratti leader. Non ci piace poi un’indennità di vacanza contrattuale fissata per legge e non dalla contrattazione, peraltro a livelli esigui, che finisce per disincentivare i rinnovi».

Per la terza volta in sei anni, siamo emergenza energetica. Come giudicate le misure di contenimento?
«Le misure, che comunque sono di 6 miliardi, di emergenza sono per loro natura limitate e temporanee. Vero è che serve una strategia di prospettiva. Imprese e lavoratori sono sulla stessa barca. Giusto sostenere le aziende, a partire dalle energivore, ma le risorse vanno vincolate alla responsabilità sociale delle forze produttive. Vuol dire orientarle su chi applica i contratti leader, su chi non licenzia, esercita contrattazione decentrata e partecipazione e applica per intero le norme sulla sicurezza. Va sostenuta una politica energetica che includa, nel mix di fonti anche il nucleare di nuova generazione. In Europa serve un fondo energetico per acquisti comuni che abbassi i costi di approvvigionamento. Dobbiamo portare avanti il cammino verso la piena autonomia energetica, e dire no al cappio che Putin vuole legarci al collo con Gazprom».

E invece il Piano Transizione 5.0? Urso ha firmato, ma il Mef ha inserito nuovi cancelli… Che ne pensate?
«Il Piano è una misura importante, ma il modo in cui sta procedendo ci preoccupa. Urso ha firmato, ed è un bene. Ma siamo in attesa della controfirma del Mef, della Corte dei Conti, del decreto direttoriale. Nel frattempo imprese e lavoratori aspettano. Serve chiarezza e rapidità. Il sindacato non è stato consultato. Avremmo chiesto che gli investimenti fossero condizionati alla formazione di chi dovrà utilizzare quelle tecnologie. Come ben detto dal Cnel, la digitalizzazione aumenta la produttività se accompagnata da un forte investimento sulle competenze».

La Cisl continua la battaglia per un nuovo patto. La Premier a parole è favorevole. È la volta buona?
«Lo diranno i fatti. Chiediamo impegni concreti, scadenze e risultati misurabili. Anche il Presidente Mattarella, nel suo messaggio per il Primo Maggio, ha lanciato un appello alla coesione che somiglia molto a un invito alla concertazione responsabile. Noi lo leggiamo come un segnale. È il momento di costruire un’alleanza delle responsabilità per perseguire obiettivi comuni».

Chiudiamo andando in fabbrica. La ridefinizione dei criteri per le rappresentanze sindacali non è più rinviabile. Come ci si deve comportare?
«Come stiamo facendo. Da mesi lavoriamo con le associazioni datoriali per aggiornare gli accordi. Sul tavolo ci sono temi fondamentali: misurazione della rappresentanza, il rafforzamento della contrattazione nazionale e decentrata, la bilateralità, la formazione, la salute e la sicurezza sul lavoro, la conciliazione tra lavoro e famiglia. Con un punto fermo: la centralità dell’incontro pattizio».

Quale può essere la funzione del governo?
«Il Governo deve promuovere l’incontro negoziale, senza invadere il campo. Quando arriverà l’accordo potrà essere di aiuto una norma di sostegno che dia forza di legge all’intesa e ai successivi adattamenti pattizi. Se invece la politica inizia a dettare regole, il sindacato perde autonomia e le imprese flessibilità. Le relazioni industriali devono restare libere, altrimenti il sistema si irrigidisce e il prezzo lo paga il Paese, anche in termini di qualità della democrazia sostanziale».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).