Politica
Lavoro, ok al decreto Primo maggio. Dal governo nessun salario minimo, si punta a quello “giusto”
Manca poco al Primo Maggio – la Festa dei Lavoratori – e il governo Meloni ieri ha messo al primo punto dell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri proprio il decreto legge in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale. No, non è una mera giocata comunicativa fatta ad hoc in occasione del Concertone. Il provvedimento riguarda “4 milioni di lavoratori”, una “massa molto importante del settore privato”, ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa. Nella bagarre politica di tutti i giorni, il tema del lavoro viene sempre affrontato con inutili contrapposizioni, populismi e boutade. Ieri il governo ha voluto dare un segnale concreto, approvando il “pacchetto lavoro”, e non solo: a stretto giro, in un altro Cdm approderà il Piano Casa, provvedimento sugli sfratti veloci, pensato per liberare quei 22mila immobili popolari attualmente occupati in modo illegittimo.
Contratti di pubblico impiego e rider
Con il decreto Primo Maggio, vengono stanziati 20 miliardi di euro per il rinnovo dei contratti di pubblico impiego fino al 2027 e quasi un miliardo per il rinnovo di incentivi occupazionali che riguardano le categorie di under 35, donne e lavoratori dell’area Zes del Mezzogiorno. L’obiettivo è promuovere l’occupazione stabile. Vi è poi la stretta sui rider. Contro il caporalato digitale, si è stabilito che l’accesso alle piattaforme da parte del lavoratore può avvenire solo tramite Spid, Cie o autenticazione a più fattori. Una mossa utile per tutelare i ciclofattorini, perché così la piattaforma non potrà rilasciare più account per una persona, né tantomeno commissionare più prestazioni, temporaneamente, al lavoratore.
No al salario minimo
Ma il vero cuore politico del decreto è il “salario giusto”. La linea è la seguente: si vuole rafforzare la contrattazione collettiva come alternativa al tanto acclamato “salario minimo” a sinistra, che però ancora non si è capito come i dem o i pentastellati vorrebbero calcolare. Agli slogan, il governo risponde con una misura concreta, una soglia calcolata del lavoro regolare. È questo il centro dell’intero provvedimento, poiché si prevede che gli incentivi pubblici all’occupazione siano erogati soltanto a chi quel “salario giusto” lo rispetta. Non è una paga minima fissata per legge, quindi, ma un parametro che emerge “dai contratti nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, avuto riguardo al settore e alla categoria produttivi di riferimento”. Ergo, la formula politica è chiara: no salario minimo legale, sì a un trattamento economico non inferiore a quello individuato dal contratto nazionale più rappresentativo del settore. Per le attività non coperte da contrattazione collettiva, invece, il riferimento sarà il contratto più vicino all’attività effettivamente esercitata dal datore di lavoro. Insomma, lo Stato abbassa il costo del lavoro, ma solo per chi rispetta il “salario giusto”, disincentivando così i contratti pirata. Certo, non siamo come Pangloss nel Candido di Voltaire: siamo consci che per incidere realmente sui salari occorra una leva fiscale decisiva, ridurre ancor di più il cuneo, e al tempo stesso premiare chi investe nel lavoro. La crescita dei salari passa, soprattutto, dalla produttività e dal merito. Ma il decreto Primo Maggio è un buon passo in avanti.
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