Politica
C’è qualcuno che non vuole vedere crescere l’Italia?
Guido Ascari e Riccardo Trezzi ricordano una verità spesso taciuta: i salari reali possono crescere solo se aumenta la produttività. È una delle questioni inanellate nel loro libro “Fotografia di un declino” che Ferruccio de Bortoli ha citato pochi giorni fa in un suo editoriale. La questione dei bassi salari in Italia è uno dei temi che dovrebbero unire e non dividere la politica, a condizione di accettare le regole della teoria economica, e non di seguire la suggestione di quel “giusto salario” inventato per legge, invece che conseguito per la capacità di creare ricchezza, che viene sempre prima della sua possibile redistribuzione.
Un appello alla concordia nazionale è forse un’utopia, in un Paese che da sempre ama dividersi in fazioni, prima che unirsi in obiettivi. Dai Guelfi e Ghibellini, fino ai Montecchi e Capuleti, la storia nazionale è fatta di contrapposizioni. La polarizzazione della politica e la sua personalizzazione hanno coronato una propensione consolidata al tifo da stadio.
Ci si azzuffa su tutto, spesso su questioni mediocri, e ci si dimentica di quel poco che fa la differenza e che potrebbe essere sottoscritto da tutte le parti che volessero davvero veder crescere il Paese. Il dubbio è proprio questo: c’è qualcuno che non vuol vedere crescere l’Italia? Trezzi e Ascari sostengono che il “motore si è spento quarant’anni fa”. Insomma, non si tratta di dare la colpa al Governo Meloni o ai Governi Conte o Draghi, nella storia del Paese si è interrotto qualcosa. E si parla sempre meno delle cose essenziali. La produttività è uno di questi temi, scomparsi da anni dall’agenda politica. Ma non l’unico. Che fine ha fatto la spending review? Per un breve periodo sembravamo ossessionati – a tutti i livelli dell’Amministrazione pubblica – dall’obiettivo di ridurre le spese; dalla cancellazione dell’uso delle auto blu fino ai tetti retributivi per i dirigenti della Pubblica Amministrazione. È una stagione dimenticata. Come un fiume carsico compare e scompare la vergogna del lavoro nero; o meglio la vergogna rimane, ma periodicamente la nascondiamo sotto il tappeto, rinunciando all’affermazione del diritto e a qualche centinaio di miliardi di evasione fiscale e contributiva.
Vogliamo parlare dell’occasione sprecata del Pnrr? Un fiume di denaro (tra bonus e Pnrr i due economisti autori del libro azzardano una cifra di 500 miliardi!) ha attraversato l’Italia; un’occasione unica per mettere mano a profonde riforme e a nuove infrastrutture. Invece il Governo dei Migliori, ahinoi, in perfetta continuità con chi lo ha preceduto – e con chi lo ha seguito – ha preferito accettare la distribuzione a pioggia delle risorse, facendo diventare i Comuni i protagonisti della gestione di mille piccoli rivoli, che insieme non hanno fatto percepire alcuna discontinuità, alcuna scossa allo sviluppo del Paese. Le piccole clientele locali hanno ringraziato, e forse sono servite a ridare fiato alle comunità, alle loro rappresentanze e ai loro consensi. Poca cosa per il futuro del Paese. Il Paese, nel suo complesso, sembra essere attraversato da una placida rassegnazione. Due Boeing 737 ogni giorno lasciano l’Italia, carichi di donne e uomini, per lo più giovani e istruiti a spese del Paese, per non farvi più ritorno. E nessuno sembra preoccuparsene, se non blande lamentazioni di circostanza. Nulla si fa per opporsi a questo andazzo. La spesa pubblica in cinquant’anni è passata dal 10% del Pil al 50%. Eppure, nessuno sembra essersi stracciato le vesti. Qualche rimbrotto, qualche monito, qualche raccomandazione, ma tutto va avanti così. Senza sterzate e nemmeno senza frenate. C’è anche chi, non solo in Italia, qualche anno fa inneggiava alla decrescita felice. Sembra aver avuto ragione, almeno nel nostro Paese. Ma siamo sicuri che sia la strada giusta?
Sarebbe ingiusto, forse, puntare il dito su questo o quel politico, perché il declino è stato continuo e condiviso. Su questo sì, si è manifestata una concordia silenziosa e omertosa. Speriamo che insieme – oltre alla politica sarebbe auspicabile aspettarsi un sussulto anche da quella che un tempo era indicata come società civile: imprese, professionisti, rappresentanze e associazioni di ogni tipo – ci sia ancora tempo per un sussulto. L’alternativa è quella dei capponi di Renzo: litigiosi e chiassosi, fino alla cucina, dove erano destinati a diventare menu, per chi imbandisce la tavola.
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