Italia-Germania? Visto che c’è chi fantastica sul nostro rientro ai mondiali “dalla finestra”, mettendoci al posto dell’Iran, merita tirar fuori una sfida classica del calcio. Fuori dal campo però, il risultato è lose-lose”, nel senso che l’impasse di entrambe le economie ricade sulla serenità dei due governi.

Dopo la batosta per cui l’Italia resterà in procedura d’infrazione fino al prossimo anno, Meloni e Giorgetti si sono scambiati battute su come interpretare la realtà. Pare infatti che, in pieno Consiglio dei ministri, la premier abbia lanciato una frecciata al responsabile dell’economia e al suo eccesso di pessimismo. «Io non me ne sono accorto», ha fatto il vago il diretto interessato. «Nessun ministro se n’è accorto. Io ero concentrato». D’altra parte, il nuovo Documento di finanza pubblica del Mef non è all’insegna del “Wow!”. “Il quadro previsivo conferma che il rapporto deficit/PIL sarà ricondotto al di sotto della soglia del 3 per cento entro quest’anno, e che anche negli anni seguenti si manterrà su un profilo discendente. Se tale andamento si confermerà nel corso di quest’anno, ciò consentirà all’Italia di uscire dalla procedura nel 2027”, si legge nel testo. Dopo gli avvertimenti della presidente della Bce, Christine Lagarde, di eventuali rialzi dei tassi e con il timore della stagflazione, a via XX settembre hanno preferito rivedere al ribasso le stime di crescita. È il solito dilemma per cui è difficile distinguere un realista e da un pessimista.

Di maggiore sostanza dev’essere stato invece lo scontro fra il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, con il suo vicecancelliere e ministro delle Finanze, il socialdemocratico, Lars Klingbeil. Der Spiegel parla proprio di insulti reciproci. Ma chi ne è stato testimone ha preferito glissare sui dettagli. Motivo dell’accaduto gli accordi presi fra i due, prima di entrare in un vertice di maggioranza, sulla tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Così come inflessibile per l’Italia, tanto Eurostat non è stata tenera per l’economia tedesca, le cui stime di crescita sono state dimezzate. Dall’1% che erano sul 2026 allo 0,5% e dall’1,3% per l’anno successivo allo 0,9%. L’incertezza del contesto internazionale e l’inflazione frenano la fiducia delle imprese. Per la Germania, l’indice Pmi di S&P è arrivato a 48,2 punti ad aprile, perdendo tre posizioni su marzo. Il rilevamento è ai minimi storici da 16 mesi. Solo l’auto torna a crescere. D’accordo è la filiera ammiraglia dell’industria tedesca, ma non basta.

Berlino resta nelle secche. Evidentemente la cura Merz non sta facendo effetto. A un anno dal suo ingresso alla cancelleria – peraltro non facilissimo, vista la prima bocciatura al Bundestag, ricordate? – la coalizione Cdu-Spd è più litigiosa che produttiva. Lo conferma non solo il match Merz-Klingbeil, ma anche l’incapacità di affrontare la crisi energetica in corso. I popolari puntano allo sconto dei carburanti. Misura a debito adottata anche dal governo Meloni e portata come modello nel resto d’Europa. I socialdemocratici vorrebbero approfittare della crisi per accelerare sulle politiche green. Secondo il ministro dell’ambiente tedesco, Carsten Schneider (Spd), la Germania è già su una buona traiettoria per centrare l’obiettivo di ridurre le emissioni del 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Stiamo parlando dei famigerati Ets che Berlino non vuole rivedere, mentre Roma sì. Schneider può avere anche ragione. In realtà, nelle sedi di entrambi i governi c’è un elefante e si chiama nucleare.

Il fatto è che Italia e Germania condividono la cattiva sorte dell’industria in affanno. Dazi, tasse green europee e supply chain strozzate sono un problema loro quanto nostro. D’altra parte, mentre l’Italia ha l’Algeria, la Germania deve gestire Mosca le ha appena negato il petrolio kazako. Il greggio trasportato dall’oleodotto di Druzhba – siamo sempre lì – verrà bloccato dal 1° maggio. Motivo ufficiale, ancora una volta le interruzioni tecniche. Dietro però è facile che ci sia la longa manus del Cremlino. Ora che non ha più Orbán sua facente funzione in Europa, Putin rischia di essere ancora più pericoloso. Lasciare a secco la Germania è una sberla per tutti.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).