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Meloni nel Ppe, una mossa strategica per l’Italia e per il futuro dell’Europa
L’adesione di FdI al partito potrebbe portare schieramenti conservatori verso una posizione più dialogante
L’articolo che ho firmato su questo giornale (“Dopo il voto in Ungheria, ora Meloni aderisca ai popolari”, 14 aprile) che propone l’adesione di Giorgia Meloni e di Fdi al Ppe, ha avuto un’eco assonante il giorno dopo in un pezzo di Cerasa sul Foglio (15 aprile), del quale non condivido soltanto l’invito a rinnovare la simbolica della “rive droite”: mi sembra una deviazione d’ordinanza estranea al tema; basti solo l’obiezione che la “fiamma” finirebbe in mano a Vannacci. In due successivi interventi, Nicola Procaccini (16 aprile) e Galeazzo Bignami (19 aprile) leader parlamentari di Fdi, hanno difeso la postazione attuale nei Conservatori europei. Non mi hanno convinto: ma provo a ragionare tornando sulla questione.
Il primo dato: Meloni non è più quella del 2022. Se ha fatto un grande percorso e ha accresciuto di molto il suo standing internazionale – che a canone inverso, ha mantenuto, anche dopo l’attacco di Trump al Papa e la replica all’amico americano, portatrice di un consenso larghissimo – bisogna che la destra ne raccolga gli effetti. Da premier rispettata a livello globale, che mantiene ottimi rapporti nel “concerto delle nazioni” e nel mainstream mediatico mondiale, deve ora curare anche le relazioni più strettamente politiche e non solo istituzionali, con chi guida le nazioni. Non è più la stagione dei rapporti privilegiati con i leader minori o minoritari – absit iniuria verbis – del primo tratto del suo percorso da primo ministro di Paese fondatore della società politica europea.
Il Ppe, a parte presidenza di Commissione Ue e Parlamento europeo, è alla guida di dieci governi nazionali, tra i quali Germania, Polonia, Svezia e ormai pure l’Ungheria; senza tenere conto di Stati come la Spagna dove i popolari dirigono un’opposizione molto forte e candidata a creare, prima o poi, un’alternanza con l’esecutivo progressista di Pedro Sánchez. Il “rango” di Meloni, anche negli e tra gli interna corporis politici, non può essere che quello di Friedrich Merz e Donald Tusk, non di Santiago Abascal. Se un politico cresce, deve crescere il piano delle sue connessioni; se guida una nazione e non solo una formazione politica, deve elevare la sua cultura di governo alle altezze che la fase storica impone. Replico alla possibile obiezione più “morale”, che politica, ma che nella psicologia collettiva della destra e pure nella “filosofia” personale della premier hanno un peso: l’improvviso abbandono dei compagni di viaggio “conservative”.
Apro una seconda questione. L’adesione di Meloni al Ppe potrebbe dare la possibilità a partiti continentali di radice populista, di farsi trascinare dalla leader italiana in un campo meno avverso e più dialogante con l’Unione e di inserirsi nel grande gioco di Bruxelles; e la premier italiana potrebbe costruire dentro il Ppe, da leader del Paese più importante, dopo la Germania, un’area d’influenza “conservatrice” interna ai popolari: di destra, ma affidabile e leale con Bruxelles, distante dall’adescamento imperiale russo e non subordinata agli interessi americani; oltre a stabilire un legame privilegiato tra Roma e Berlino, che, in nome di un’affinità culturale reale, aiuta a ricostruire un’identità forte dell’Europa. Il progetto può sembrare audace, ma è a sua volta radicato nell’interesse dell’Unione, la quale ha bisogno di nuovo “demos” che creda nel suo sogno, nella sua civiltà, ma anche nelle sue istituzioni pur imperfette: da cambiare, da migliorare, da convertire, dall’interno, con una partecipazione più vasta e inclusiva. E in ciò sta il vantaggio della maggiore famiglia politica europea guidata da Manfred Weber, nel quale ha un peso lo stesso Tajani, a favorire l’operazione; la quale soccorrerebbe la presidente del Consiglio, a scansare le trappole di cui è disseminato l’ultimo miglio della legislatura.
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