Ha vinto Péter Magyar e ha perso Viktor Orbán. Si festeggia a Budapest e si brinda a Bruxelles; a Mosca e Washington si mastica amaro, mentre a Roma si riflette sull’insuccesso dell’amico Viktor. Il più amareggiato appare Matteo Salvini, mentre Giorgia Meloni — che negli ultimi mesi aveva raffreddato i rapporti con l’omologo ungherese — si è felicitata con Magyar, senza rinnegare il rapporto con Orbán. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, la destra sovranista internazionale sembra conoscere più battute d’arresto che avanzate: dopo Canada e Australia, ora anche l’Ungheria.

La sconfitta di Orbán apre interrogativi non marginali per Trump e, soprattutto, per Vladimir Putin. Dopo sedici anni di potere, il premier sconfitto lascia lo scettro al vincitore, che ha militato nel partito Fidesz dal 2002 al 2024. La sua ex moglie ha ricoperto per due volte il ruolo di ministro della Giustizia nei governi Orbán. Successivamente, il 22 luglio 2024, Magyar — il cui mentore è stato proprio Orbán — ha fondato e assunto la guida del Partito del Rispetto e della Libertà. Orbán, definito da molti analisti come un leader a cavallo tra conservatorismo e reazionarismo, è stato uno degli interpreti più emblematici del nazional-populismo europeo. La sua traiettoria politica è singolare: partito da posizioni liberali — il cui maître à penser fu George Soros — è approdato a un modello illiberale, caratterizzato dal controllo dei media e da una crescente pressione sulla magistratura. In sostanza, ha limitato la libertà dei media e piegato la giustizia al proprio servizio, restringendo gli spazi di libertà e alterando gli equilibri tra i poteri. A ciò si è aggiunta una legge elettorale costruita su misura, approvata da un Parlamento ormai allineato. Adottando la “tattica del salame” del leader comunista magiaro Rákosi, ha progressivamente diviso e indebolito l’opposizione.

Dietro l’immagine di stabilità, il sistema ha alimentato corruzione e pratiche clientelari. Orbán ha criticato l’Unione europea, ma ha utilizzato con disinvoltura i fondi provenienti da Bruxelles per consolidare il consenso interno. L’Europa, a ben vedere, è stata fin troppo benevola verso Budapest, e Orbán ne ha approfittato, facendo leva anche sul diritto di veto — un meccanismo che potrebbe essere ridimensionato con la nuova stagione politica. In politica estera si è mosso come un “centauro”: metà Trump e metà Putin. Una doppia postura che, alla lunga, ha presentato il conto. Con la sua uscita di scena, l’Unione europea si libera di un elemento scomodo. I 90 miliardi di euro destinati all’Ucraina, che Orbán aveva ostacolato, possono ora essere sbloccati, rafforzando il sostegno a Zelensky nella guerra contro la Russia.

Proprio questa linea — filorussa e critica verso Bruxelles — ha finito per favorire il suo avversario. Magyar ha costruito la sua campagna su un profilo opposto: moderato, europeista e meno ideologico. Orbán, invece, ha insistito su una retorica pacifista — dunque contraria al sostegno militare all’Ucraina — accompagnata dal consueto refrain anti-Bruxelles, spesso indirizzato anche contro Ursula von der Leyen. La novità politica di Magyar sta qui: non è un rivoluzionario né un riformista radicale, ma un moderato di centrodestra che punta a ricollocare l’Ungheria nel perimetro europeo, senza rotture traumatiche e senza le ambiguità sovraniste del passato.

Una destra meno ideologica, più pragmatica, che mira a recuperare credibilità nelle istituzioni europee e a normalizzare i rapporti con Bruxelles. La sconfitta di Orbán segna quindi la fine di una lunga stagione politica e alleggerisce l’Unione europea da una zavorra rilevante. Ma il cosiddetto “campo largo” farebbe bene a non illudersi: Magyar non rappresenta una svolta progressista, bensì una ridefinizione del centrodestra europeo in chiave più moderata e compatibile con l’Unione. In cauda venenum: per la prima volta la sinistra non è presente nel Parlamento ungherese.