La metamorfosi
Il tramonto del “delfino” JD Vance, da favorito alla successione di Trump a uomo dietro le quinte: eclissato dalla guerra e dall’ascesa di Marco Rubio
Che fine ha fatto JD Vance? Quello che sembrava fino a ieri il delfino designato alla prossima presidenza degli Stati Uniti, l’imbattibile ex underdog, salito alla ribalta con tanto olio di gomito e qualche “spintarella” da padrini illustri, tra cui l’oscuro Peter Thiel, dallo scoppio della guerra in Iran si è eclissato. Non è stato semplicemente messo in ombra dal muscolarismo interventista del grande capo e dal naturale protagonismo, in questi casi, della diplomazia capitanata da Marco Rubio.
C’è molto di più in gioco ed emerge il sospetto che Vance stesso stia ripensando integralmente il proprio futuro. Uno dei maggiori quotidiani americani, il Washington Post, che di ombre e trame della politica americana è esperto e protagonista dai tempi del Watergate, si è interrogato su quella che, giorno dopo giorno, appare sempre di più una sterzata decisa nella strategia dell’enfant prodige di “Elegia americana”.
Un pensiero che frulla nella sua testa è sicuramente legato all’ascesa sempre più decisa del Segretario di Stato che, a detta dei beni informati sulle questioni d’oltreoceano, godrebbe oggi di un consenso vasto nel Paese, capace di strappare la fiaccola della vittoria dalle mani di Vance. E più la guerra continua più le posizioni del ministro degli Esteri USA sembrano consolidarsi. Fino a un anno fa, un oceano separava i due rivali, sia nel corpo elettorale repubblicano, sia nei cuori dell’anima MAGA più oltranzista. Il vicepresidente, infatti, vanta il classico “curriculum” del perfetto interprete della neo-religione laica dell’America First: ex marine che si è fatto da solo, entrato giovanissimo al Senato e poi dritto, di successo in successo fino alla Casa Bianca. La sua storia di riscatto è ormai nota a tutti, come le sue posizioni da falco in missione per “salvare” l’Occidente dai nemici globali. Le sue sono state “sveglie” a suon di pugni, in stile Chuck Norris, pace all’anima sua, a chiunque non volesse piegarsi, Europa compresa, al suo interventismo apocalittico, in stile Thiel appunto.
Però, però… ogni volta che gli USA intraprendevano operazioni militari, ben otto dall’inizio della nuova presidenza, il gradimento del delfino designato scendeva e quello di Rubio, ancora più falco e “presidenziale” di lui, risaliva vertiginosamente. E questa tendenza, insieme ai dubbi che si stanno diffondendo all’interno del movimento trumpiano, stanno appannando la sua stella. Non è un caso che proprio il Post abbia dato spazio a qualche gola profonda che ha parlato di un “processo di discernimento” nel suo entourage. La formula è presa in prestito da quel linguaggio tradizionalista cattolico che a Vance piace tanto. Ma di certo meno gradirà le voci sempre più insistenti su un possibile e necessario passo indietro.
La corsa verso le elezioni è ancora lunga e, certo, Vance non è tipo che si tira indietro facilmente. Ma che l’armonia interna ai repubblicani sia fragile è un fatto. Che sia Rubio a guadagnarci resta da vedere. E capire chi sarà il nuovo inquilino alla Casa Bianca rimane un esercizio ardito persino per i più fini analisti.
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