A Budapest è forse in arrivo una stagione nuova. E non solo perché stiamo entrando in quella primavera che ad Est dell’Europa evoca storici scenari di liberazione. In Ungheria si fa sempre più probabile un cambio di passo alla guida del Paese. Dopo sedici anni di dominio praticamente incontrastato, i sondaggi sembrano parlare chiaro: Viktor Orbán pare avvicinarsi alla fine. Sono infatti una decina i punti che lo dividono dal suo sfidante, il leader del partito Tisza, Péter Magyar. È vero che le indagini demoscopiche non sono una scienza esatta, ed è altrettanto vero che i guru dei numeri ci hanno abituato a capitomboli plateali. Ma questa volta la preoccupazione, qui nelle sale del Parlamento di Budapest, è palpabile.

Non è neppure un caso che il vicepresidente americano JD Vance è arrivato in fretta e furia nella Capitale magiara, per una visita “di supporto” all’amico primo ministro. Del resto, i rapporti tra il mondo MAGA e i sovranisti ungheresi non sono un mistero. Anzi, è anche questa sintonia che si ritrova nelle rispettive posizioni fortemente critiche sull’Unione europea che ha sempre reso problematico il rapporto con Bruxelles. Un rapporto ancora più teso per il “dialogo” mai interrotto tra Orbán e il premier del Cremlino. Insomma, è facile capire come queste elezioni potrebbero rappresentare una svolta con ricadute non solo interne al Paese ma anche sugli equilibri dell’Ue e sui rapporti con l’alleato americano.

Che la situazione fosse delicata lo si è capito già all’inizio di questa campagna elettorale, che è stata forse la più feroce di sempre nella storia ungherese. Mesi di scambi di colpi bassi, accuse di corruzione e scandali, polemiche su possibili intromissioni russe e accuse di spionaggio, in una città tappezzata di manifesti appena al limite del lecito. Una guerra della propaganda che non ha risparmiato niente e nessuno, neppure il presidente della vicina Ucraina, diventato bersaglio strumentale di una critica feroce rivolta ai costi della guerra che pesano sulle tasche dei cittadini europei. In questo clima si arriverà al voto di domenica, e fino all’ultimo c’è da aspettarsi ancora qualche colpo di scena da entrambi gli sfidanti.

Ciò che però sembra un fatto certo, parlando con gli ungheresi, è che Orbán sembra non avere più il polso del suo popolo come un tempo. Certo, colpisce passeggiare per le strade e non vedere né un mendicante e neppure l’ombra di un velo musulmano. La sensazione, a differenza di altre Capitali europee, è quella di vivere in un luogo in cui il processo di trasformazione dell’Occidente non è ancora irreversibile. Il candidato Magyar, peraltro, ha sfidato il premier proprio su questo terreno che per anni è stato il suo, mettendo al centro della sua campagna la sicurezza e l’identità e tentando di affascinare quella parte di elettorato sensibile che sente però il bisogno di un cambiamento. Di fatto, lo sfidante sembra quasi una copia dell’originale e le idee vere sul cambiamento sembrano sepolte da una montagna di retorica. Ma basterà questo a concedere un altro mandato al primo ministro?