Esteri
La sconfitta di Orbán è un monito per Giorgia Meloni. Quando la priorità del governo è stimolare la crescita del Paese
Nonostante abbia meno di 10 milioni di abitanti, l’Ungheria è abituata a scrivere la storia. Quando Nikita Krusciov inviò i suoi carri armati a Budapest nel 1956, mise a nudo la terrificante realtà del dominio sovietico in tutta l’Europa orientale. Tre decenni dopo, la riesumazione di Imre Nagy e la successiva apertura del confine ungherese con l’Austria furono un momento chiave nella reazione a catena, che portò alla caduta del Muro di Berlino e, poco dopo, dell’URSS stessa. Le elezioni in Ungheria non hanno proprio rivoluzionato il mondo, ma le conseguenze potrebbero essere notevoli.
Gli effetti della caduta di Orbán si faranno sentire ben oltre il Danubio. Per i liberali, offre un momento di sollievo in mezzo alla crescente paura di una deriva verso un populismo nazionalista e anti-democratico. Ma non si tratta solo di una competizione ideologica: siamo di fronte a un severo giudizio sugli effetti economici del populismo. Gli ungheresi hanno vissuto per 16 anni sotto quello che è stato definito “Orbánomics”, ovvero un modello economico autodefinito “illiberale” che concentra il potere, erode le istituzioni indipendenti e conserva i benefici della spesa pubblica per un’élite oligarchica favorita, in un vorace banchetto di corruzione.
I risultati sono stati disastrosi. La concorrenza si è indebolita sotto l’oligarchia di un’élite politicamente connessa. La produttività è rimasta stagnante, mentre il Pil pro capite è rimasto fermo dal 2020; una performance assai negativa rispetto ai successi economici di Polonia e Romania. Gli investimenti in istruzione e sanità – a parte un fallito tentativo di aumentare il tasso di natalità – sono crollati ben al di sotto delle medie dell’Ue. Ancora più dannosa è stata l’inflazione galoppante, con la Banca centrale ungherese che ha assecondato i capricci di Orbán. I prezzi in Ungheria sono aumentati del 57% dal 2020, il livello più alto tra gli Stati membri dell’Ue e quasi il doppio della media del blocco.
Il primo ministro in pectore Péter Magyar è un politico carismatico, colto e talentuoso. Conosce abbastanza bene le inclinazioni conservatrici del suo elettorato: perciò sottolinea la sua posizione anti-immigrazione e il rifiuto di armare l’Ucraina. Ma sa anche che l’economia conta e che l’Ungheria sta meglio come democrazia liberale all’interno dell’Europa piuttosto che come Stato cliente della Russia, che arricchisce una ristretta classe di oligarchi a spese di tutti.
Per la politica italiana, l’impatto da Budapest sarà immediato. Meloni ha coltivato con attenzione il suo rapporto con Orbán; fu tra i primi leader stranieri a congratularsi con lei per la vittoria elettorale del 2022. Può aver attenuato le sue posizioni con una deliberata “ambiguità strategica” sull’Europa, ma in sostanza i due condividono una visione simile di una “Europa delle nazioni”, con un’identità comune fondata sulla sovranità nazionale e sull’identità cristiana. Il fatto che gli elettori possano voltarsi contro questo progetto in modo così netto le darà motivo di riflessione. La sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura è stata, in questo senso, più di una semplice battuta d’arresto. È stato un segnale: gli italiani sono molto sensibili a quelli che percepiscono come attacchi all’indipendenza delle istituzioni. Questo potrebbe costarle voti.
L’Italia condivide anche la vulnerabilità economica dell’Ungheria, resa ancora più acuta dalla crisi in Iran. La crescita resta lenta, i salari reali si sono appena ripresi da un decennio di stagnazione e il rapporto del governo con Bruxelles sulla disciplina di Bilancio rimane teso. Il grande errore di Orbán è stato pensare che la retorica nazionalista e le guerre culturali potessero nascondere la delusione economica. Meloni dovrebbe fare attenzione a non ripetere lo stesso errore. Dopo la sconfitta referendaria, una serie di dimissioni pesanti e la caduta di un alleato ideologico, per la prima volta durante il suo mandato Meloni si trova sulla difensiva. Il centrosinistra ha improvvisamente il vento in poppa e fiuta l’opportunità di vincere alle prossime elezioni politiche. Se Meloni continuerà a dare priorità alle battaglie culturali rispetto a una governance credibile e a riforme significative per stimolare la crescita, potrebbe scoprire un’amara sorpresa: gli elettori italiani potrebbero arrivare alla stessa conclusione di quelli ungheresi, e forse prima di quanto si pensi.
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