Le parole
L’ira di Trump travolge anche Meloni: “Scioccato da Giorgia”. Il Tycoon è sempre più solo
Il ciclone Donald Trump questa volta si è abbattuto su Palazzo Chigi. Al Corriere della Sera, il presidente degli Stati Uniti ha attaccato Giorgia Meloni, “rea” di avere criticato il tycoon per le offese a Papa Leone XIV e di non averlo seguito sull’Iran. E per la presidente del Consiglio, il momento di alta tensione con la Casa Bianca segna un passaggio forse cruciale del suo mandato. Perché le parole di condanna della premier sugli attacchi al pontefice (definiti “inaccettabili” da Meloni) hanno cambiato tutto.
“È lei che è inaccettabile – ha detto Trump – perché non le importa se l’Iran ha una arma nucleare”. “Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo” ha tuonato il tycoon, “dice semplicemente che l’Italia non vuole essere coinvolta. Anche se l’Italia ottiene il suo petrolio da là, anche se l’America è molto importante per l’Italia. Non pensa che l’Italia dovrebbe essere coinvolta. Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per lei”. Trump ha anche ammesso di non parlare con la presidente del Consiglio “da molto tempo”. E come se non bastasse, è tornato anche ad attaccare Papa Leone, dicendo che “non capisce, e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo”.
Attacchi senza precedenti, sia quelli rivolti al Santo Padre, sia quelli rivolti alla premier. E se Leone XIV ha ricevuto già nei giorni scorsi la solidarietà unanime del mondo e della politica, ieri è stato il turno della presidente del Consiglio. Un coro che ha coinvolto, in modi e toni diversi, tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. “Siamo abituati a dire ciò che pensiamo perché questo fanno le persone serie. Fino a oggi il presidente Trump considerava Meloni una persona coraggiosa. Non si sbagliava perché è una donna che non rinuncia mai a dire ciò che pensa”, ha scritto su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani. “È accaduta una cosa gravissima e voglio esprimere la nostra più ferma condanna” ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, alla Camera. “Nessun capo di Stato straniero può permettersi di attaccare, minacciare o mancare di rispetto al nostro Paese e al nostro governo. Siamo avversari in quest’aula, ma siamo tutti e tutti cittadini italiani e rappresentanti degli italiani e non accetteremo attacchi o minacce al governo e al nostro Paese”, ha affermato Schlein.
Diversi i toni del Movimento 5 Stelle. “Diamo solidarietà all’istituzione presidenza del Consiglio” ha detto il capogruppo Riccardo Ricciardi, “ma questa presidenza non ha portato avanti una alleanza istituzionale” con gli Usa “ma una alleanza partitica tra destre sovraniste che, quando vedono scontrarsi i loro interessi, vanno in cortocircuito”. “Ha avuto coraggio a fare ciò che andava fatto da tempo: dire basta a questo pazzo”, ha commentato Carlo Calenda. Mentre per Matteo Renzi, Meloni “viene scaricata persino dai suoi, dal suo guru, dal suo leader”, cioè The Donald.
Tregua tra Teheran e Washington ancora precaria
L’Italia fa così quadrato intorno a Meloni, che ieri ha reagito dicendo che “quando non si è d’accordo con un alleato bisogna dirlo” e di non sentirsi a suo agio “in una società dove i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici”. Tuttavia, il segnale giunto da Trump è chiaro: la Casa Bianca rischia di trovarsi isolata. E di rimanere sola anche su un tema come Hormuz. Nello Stretto, il blocco di Washington funziona fino a un certo punto e ieri, nove imbarcazioni lo hanno comunque attraversato. Una nave iraniana, la Kashan, sottoposta a sanzioni Usa, è partita dal porto di Bandar Abbas per fare rotta verso l’Oceano Indiano. Mentre alle prime luci dell’alba, la petroliera Rich Starry, di proprietà cinese, è entrata nel Golfo Persico, seguita dalla Murlikishan e dalla Peace Gulf. Alcune navi, secondo gli analisti, sono legate a Teheran.
La Repubblica popolare continua a dire che il blocco di Hormuz è “inaccettabile”. E il suo leader, Xi Jinping, incontrando il principe di Abu Dhabi Mohamed bin Zayed, ha presentato un piano di quattro punti per la stabilità del Medio Oriente. L’intervento di Pechino arriva mentre la tregua tra Teheran e Washington sembra ancora molto precaria. I ministri degli Esteri di Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan si riuniranno questa settimana ad Antalya per discutere sul negoziato. E gli spiragli di un nuovo round di colloqui sono stati confermati dallo stesso Trump. “Nei prossimi due giorni potrebbe succedere qualcosa”, ha dichiarato al New York Post. “Il feldmaresciallo sta facendo un grande lavoro”, ha proseguito Trump, riferendosi al generale pakistano Asim Munir. E non è escluso che questa volta l’incontro possa tenersi a Ginevra. Forse, per qualcuno, già domani.
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