Il post elezioni
L’Ungheria è un passo più vicina all’Europa. Ma per le riforme si profila un percorso a ostacoli
Il popolo è sovrano, si dice. E il popolo ungherese ha scelto. La guida del paese ora è nelle mani di Peter Magyar, leader di Tisza, che ha ottenuto una maggioranza schiacciante. A lui spetterà il compito non semplice di superare i sedici anni dell’era Orban, praticamente un’eternità politica, in cui il premier uscente ha modellato il sistema ungherese a propria immagine. Che di svolta senza ritorno si tratti lo si è però capito quando, a poche ore dalla chiusura dei seggi, il comitato elettorale di Fidesz è stato sciolto definitivamente. E Nei giorni precedenti al voto, i comizi di Orban erano quasi deserti mentre le piazze dello sfidante si riempivano di giovani in festa.
Il vero elemento decisivo. Oggi l’Ungheria è forse un passo più vicina all’Europa ma è comunque curioso che a strappare la corona dalle mani del premier uscente sia stato il suo delfino, che è riuscito nell’impresa di unire il voto conservatore moderato, quello centrista e quello progressista nel sogno del cambiamento. Ma questa può rivelarsi la prima delle sue fragilità quando dovrà dare seguito alle aspettative di un elettorato estremamente frammentato. Cui si aggiunge un altro elemento che potrà quantomeno rallentare il processo di riforma: l’intero sistema paese negli anni è diventato, per così dire, “Orbán dipendente”. Il partito Fidesz ha capillarmente modificato gli organi dello Stato, attraverso le nomine di uomini fedeli al premier nelle più alte cariche e in posizioni chiave delle istituzioni pubbliche. Una riforma del 2011 ha inoltre incluso molti ambiti della costituzione tra quelli modificabili solo con le cosiddette “leggi cardinali”, che per essere cambiate o approvate necessitano di almeno due terzi dei voti del parlamento mono camerale. Ossia di una maggioranza molto ampia che Magyar ha ottenuto. Prima dell’era orbaniana le riforme previste dalle leggi cardinali erano riservate solo a temi specifici. Col tempo sono state estese a dismisura andando a coprire ad esempio l’intero funzionamento della magistratura o la gestione delle finanze pubbliche.
L’intervento diretto del governo, possibile di fatto grazie a questo sistema, riguardava quasi tutti gli aspetti della vita degli ungheresi, dalle politiche famigliari al rapporto tra Stato e Chiesa. Non è dunque alcun settore della società dove, in un modo o nell’altro, o perché vi sono funzionari legati al partito del governo uscente o per i poteri conferiti dalla costituzione, in cui l’influenza di Orbán non continuerà a farsi sentire. E in un paese in cui quindici giudici della corte costituzionale sono stati nominati da Fidesz e i principali tribunali sono comunque guidati da uomini fedeli è facile immaginare quale sarà il percorso ad ostacoli delle riforme. A partire dalla prima legge finanziaria che il nuovo governo si troverà a varare. Su questa pende la spada del Consiglio di bilancio, organo con potere di veto composto da fedelissimi di Orbán che resterà in carica fino al 2029. Il quadro, dunque, è più che complesso e il rischio di ritrovarsi con un paese paralizzato è più che reale. Motivo per cui, gli altri partiti dell’opposizione si sono gradualmente ritirati dalla contesa lasciando il cerino in mano a Magyar che dopo il meritato successo dovrà far ricorso a una buona dose di prudenza e di pazienza.
© Riproduzione riservata







