Sarebbe esagerato parlare di trattamento di fine rapporto. La seconda ondata di attacchi di Trump a Giorgia Meloni altro non è che la conferma di quanto detto il giorno prima. Il presidente Usa si è detto «deluso». Ha decretato «inaccettabile» il gran rifiuto dell’Italia della base di Sigonella e, ancora di più, del sostegno nella guerra in Iran. Tuttavia, non esageriamo. Le relazioni Roma-Washington non sono in discussione. «Nessuna crisi, solo divergenze di opinioni», secondo il nostro ministro degli esteri, Tajani. Alle cui parole di alleggerimento ha fatto da contrappeso l’altro vice premier, Salvini: «Se Trump attacca Papa e Meloni, sbaglia».

Il silenzio de Dipartimento di Stato – nota bene, non della Casa Bianca – è da interpretare come la conferma che si tratti di un temporale di primavera. Inoltre, quanto subito dalla nostra premier non è né più né meno che lo shampoo che il tycoon ha riservato ad altri leader europei. Anzi. C’è chi ne ha viste di peggiori. Zelensky, per primo, che per coincidenza era ieri a Roma. Dall’incontro a Palazzo Chigi non è trapelato nulla sulle tensioni transatlantiche. Noi immaginiamo che, almeno nella testa di entrambi, sia passato il commento: “Adesso siamo sulla stessa barca”. Dove ci sono anche Macron, von der Leyen e la danese Mette Frederiksen. Per assurdo, nell’ira di Trump se l’è vista peggio Orbán. In quanto sconfitto, quindi looser, The Donald l’ha liquidato con un «era un brav’uomo».

Trump pretende obbedienza

È eccessiva quindi la lettura che dà la stampa estera all’accaduto. Dire come fanno Les Echos, Le Monde e Politico.Eu che adesso è il turno degli italiani significa squalificare l’analisi alla lettura da bar sport delle cose. Il De Profundis per Giorgia Meloni è lontano dall’essere pronunciato. Trump non è pazzo. Semplicemente pretende obbedienza dai suoi alleati. È un unto del Signore, che ricorre all’Ai per farsi vedere abbracciato da Gesù Cristo. La sua è una guerra santa. Vista da quest’ottica, per lo meno suggestiva, la sceneggiata contro Palazzo Chigi ha il sapore di uno sketch della commedia all’italiana, tale per cui il marito la fa lunga perché sospetta che un tradimento della moglie. Ma che in realtà non è così. Smentita anche la fake news per cui, a dire di Trump, a Hormuz chiuso, noi resteremmo a secco. Dal Golfo passa il 10% delle nostre risorse. D’altra parte, la vicenda ha il suo aspetto salutare. In Consiglio Ue non c’è più un sovranista impresentabile. La crisi di Hormuz è un problema da risolvere senza tanto dibattito. E pure sull’Ucraina si deve arrivare a un dunque. Detto questo, vuoi mai che Giorgia Meloni sia tanto brava da fare di questo incidente di percorso una medaglia al valore da sfoggiare di fronte a quell’Europa che da sempre è circospetta verso di lei?

Si accennava alla Chiesa. La sua è stata la reazione più composta tra le vittime – se così si possono chiamare – delle bordate verbali del presidente Usa. Le mura di San Pietro hanno ricevuto colpi ben più importanti. E li hanno pure respinti. Molto spesso con il riserbo di chi siede su uno scanno più elevato. Anche perché l’Amministrazione Trump ha fatto l’errore di sconfinare in terreni a lei del tutto inesplorati. Vedi la teologia che, stando al vice presidente Vance, non dovrebbe essere materia del papa. Ammesso che sia così, certo non è la Casa Bianca a doverlo dire. Altrettanto è per la guerra santa appunto inneggiata da Washington. “Qualcuno può per favore dire a Papa Leone che l’Iran ha ucciso almeno 42mila manifestanti, e che una sua bomba nucleare è inaccettabile? L’America è tornata!” Ha inneggiato su Truth.

Il messaggio di Pace

C’è chi potrebbe chiedere a Trump il motivo per cui solo ora si rende conto di questo massacro. Ma l’obiezione cardine che il mondo ecclesiastico rivolge è sulla guerra. Il presidente Usa accusa il pontefice di non essere stato al suo fianco ora che ha mosso le truppe contro l’Islam. Sfugge un punto, però. La guerra è un’ultima, ultimissima ratio che la Chiesa si concede, peraltro in via difensiva, qualora vengano meno tutte, ma davvero tutte, le condizioni per evitarla. È la pace il messaggio che Gesù rivolge alle genti. Se Trump e gli Usa non lo capiscono, «mi spiace per loro», per usare le parole dell’arcivescovo di Milano, Delpini.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).