Autonomia strategica, industria della difesa, identità comune
L’Europa e lo specchio americano, la crisi del rapporto transatlantico non è una parentesi trumpiana: le domande che non si possono più rinviare
Non è la loro guerra. Ma sta diventando il loro incubo politico ed economico. I leader che si sono opposti all’attacco americano sull’Iran sono stretti tra l’ira di Trump per il loro rifiuto di partecipare al conflitto e gli elettori profondamente ostili alla guerra. Il Fondo Monetario Internazionale ha già abbassato le stime di crescita globale per il 2026 a un “avverso” 2,5%, contro il 3,4% dell’anno scorso. Persino Giorgia Meloni – la leader europea più ideologicamente affine a Trump, costruttrice paziente di un canale privilegiato con la Casa Bianca – ha dovuto prendere le distanze, definendo “inaccettabili” gli attacchi del presidente al Papa. Trump ha risposto con il consueto stile: «Pensavo avesse coraggio. Mi sbagliavo». Nel frattempo, il crollo elettorale di Orbán in Ungheria manda un segnale difficile da ignorare: il populismo filo-MAGA non è più una rendita politica in Europa, è un rischio.
È in questo contesto – mobile, instabile, segnato da fratture che fino a poco fa sembravano impensabili – che il rapporto transatlantico ha smesso di essere un assioma ed è diventato una domanda aperta. Il momento di rottura psicologica, secondo molti analisti, ha un nome preciso: Groenlandia. Quando la Casa Bianca ha evocato l’uso della forza su un territorio autonomo di uno stato membro della NATO, qualcosa si è spezzato. Da quel momento, molti leader europei hanno cominciato a vedere Washington non solo come un alleato, ma anche come una variabile di rischio.
La guerra in Iran ha fatto il resto. Agli appelli dell’amministrazione Trump a sostenere il conflitto, l’Europa ha risposto con un’assenza eloquente. Un ex generale francese e alto ufficiale NATO, Michel Yakovleff, è stato insolitamente esplicito: unirsi alla coalizione americana sarebbe come «comprare un biglietto per una cena danzante sul Titanic la sera dopo che ha colpito l’iceberg». I leader europei sono stati altrettanto determinati: nessuno ha inviato truppe, tutti si sono coordinati per difendere i propri interessi nella regione. Per la prima volta da decenni, l’Europa ha detto no – e lo ha fatto in modo corale.
Eppure il paradosso è che questa stessa pressione sta producendo un effetto che anni di buone intenzioni non avevano generato: l’accelerazione verso una vera autonomia strategica europea. I paesi NATO hanno concordato di portare la spesa per la difesa al 3,5% del PIL. Ma il nodo non è solo finanziario. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, quasi l’80% della spesa militare europea finiva fuori dai confini dell’Unione – gran parte negli Stati Uniti. Come ha scritto Rosa Balfour, direttrice di Carnegie Europe, questa dipendenza «va oltre gli aspetti materiali: è profondamente radicata nella mentalità europea». È un’abitudine politica. E come tutte le abitudini, prima o poi bisogna decidere se mantenerla o superarla.
È su questo sfondo che si è svolto sabato 11 aprile, nel contesto della due giorni “L’Italia dei Liberali. Verso il 2027” – il convegno promosso da Federico Bini e Straborghese Edizioni alla Sala Luigi Einaudi di Confedilizia – il panel intitolato “Il futuro del rapporto transatlantico e il ruolo dell’Unione Europea”. Tre voci di peso: Gianfranco Fini, presidente emerito della Camera; Rocco Buttiglione, filosofo ed ex ministro per le Politiche Comunitarie; Davide Giacalone, direttore de La Ragione. Tre prospettive diverse che compongono un quadro.
Giacalone individua nell’industria della difesa il vero effetto strutturale della seconda amministrazione Trump sull’Europa. La pressione americana non produrrà frammentazione, sostiene, ma integrazione: non più piccoli campioni nazionali in competizione tra loro, ma una crescita dell’industria della difesa a scala continentale. Il paradosso è istruttivo – ed è esattamente quello che la storia dell’integrazione europea insegna: i passi avanti arrivano quasi sempre sotto pressione esterna.
Fini porta una chiave di lettura più tagliente. Trump si atteggia a “guida suprema” dell’Occidente – un’autorità a metà tra il sacro e il laico, con quell’eco non casuale della guida suprema iraniana. Ma questa è una medaglia a due facce: l’Europa non può permettersi errori di posizionamento. Deve saper essere alleata quando serve, e insieme tutelare i propri interessi. Sul progetto degli Stati Uniti d’Europa, Fini è netto: utopia – non per mancanza di volontà politica, ma per un ostacolo più radicale. Manca la lingua comune. E senza una lingua comune non esiste un demos. Senza un demos, non esiste unità reale.
Buttiglione offre la cornice più ampia. Trent’anni di ordine unipolare sono finiti, e non è un’opinione: è un dato demografico ed economico. La Cina, l’India – grandezze impensabili fino a una generazione fa – ridisegnano i pesi del mondo. In questo scenario multipolare, l’Europa rischia di assomigliare all’Italia del Rinascimento: straordinaria per civiltà, ma destinata a essere «largamente colpita dagli sconquassamenti globali» se non si organizza. La risposta non può essere solo tecnica o economica. Serve un autentico sentimento di popolo europeo, una nuova classe dirigente abituata alla complessità, e qualcosa di più profondo degli interessi comuni: l’identità.
Il filo che lega le tre posizioni è una domanda rimasta aperta: quale Europa vogliamo in questa fase – e anche dopo Trump? Un soggetto capace di scelta, o uno spazio che reagisce alle scelte degli altri? Il rapporto con Washington resterà centrale, ma cambierà natura. Non sarà un addio. Sarà, come in ogni relazione lunga e asimmetrica, un negoziato permanente. Con la differenza che questa volta l’Europa sembra finalmente intenzionata a sedersi al tavolo da pari.
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