Economia
Rapporto deficit/Pil, il vero nodo è la crescita (che va costruita)
C’è qualcosa di tragicomico nel dibattito economico italiano: un teatro rumoroso che discute di decimali mentre ignora i miliardi. La polemica sullo 0,1% di deficit oltre il tetto del 3% è diventata il simbolo perfetto di una politica che preferisce il dettaglio irrilevante alla sostanza che brucia. Da una parte, l’opposizione batte i tamburi contro lo “sforamento”. Dall’altra, la maggioranza risponde scaricando le colpe sui governi precedenti e sui bonus edilizi. È uno scambio di accuse che somiglia più a un alibi reciproco che a un confronto serio.
Eppure i numeri, quelli veri, sono noti. Il Reddito di cittadinanza è costato circa 38 miliardi complessivi. I bonus edilizi per le facciate dei palazzi, con il Superbonus in testa, hanno superato i 200 miliardi. Una massa di risorse che ha inciso profondamente sui conti pubblici, spesso con ritorni economici enormemente inferiori alla spesa sostenuta e molte opacità. Il punto non è negare che alcune misure abbiano prodotto anche qualche episodico effetto sociale o settoriale. Il punto è un altro: l’Italia ha speso come un paese ricco per politiche che non l’hanno resa più ricca. Ha privilegiato la distribuzione immediata, rispetto alla costruzione di capacità produttiva. Ha scelto consenso rapido invece di crescita duratura.
E qui emerge la vera questione: una parte significativa della politica non mira a governare bene, ma a redistribuire male. Non a rafforzare il sistema, ma a nutrire il proprio bacino elettorale. È una logica che la storia conosce fin troppo bene. Dall’Argentina peronista al Venezuela chavista, la dinamica è sempre la stessa: spesa facile, consenso immediato, declino strutturale. In questo contesto, la disputa sullo 0,1% appare per quello che è: una distrazione. Meno di un miliardo contro centinaia di miliardi già impegnati. È come discutere della vernice mentre la casa cede dalle fondamenta. Il nodo vero è la crescita. E la crescita non si decreta: si costruisce. Richiede produttività, merito, investimenti selettivi, meno zavorre fiscali su chi crea valore. Il confronto annunciato per il Primo Maggio con le parti sociali potrebbe essere un’occasione, ma solo se smette di essere rituale e diventa sostanza. Meloni, oltre alla giusta intenzione di sostenere salari e rafforzare la sicurezza, dovrà alzare il tiro con un Patto sociale con imprese e lavoratori e dare così una direzione su ogni fattore di sviluppo da incrementare ed inaugurare una decisa stagione di verità sul da farsi.
Servono scelte nette: premiare il lavoro che produce, alleggerire il carico fiscale legato alla produttività, liberare investimenti oggi soffocati da burocrazia e incertezza. Non è facile, ma non è nemmeno impossibile. È difficile solo per chi non vuole farlo. L’Italia non manca di risorse, né di talento. Manca di direzione. E finché la politica continuerà a litigare sui decimali, evitando i nodi strutturali, il conto – quello vero – continuerà a crescere. Non nei bilanci dello Stato, ma nelle opportunità perdute.
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