Captatio malevolentia
Melillo, le intercettazioni e la nostalgia del processo inquisitorio
Chissà se il dottor Giovanni Melillo ha gettato l’occhio, mentre ieri mattina sfogliava la mazzetta, cartacea o virtuale, dei quotidiani, sulla “clamorosa svolta” di Garlasco. Forse la parola captazione potrebbe averlo attratto. Anche se probabilmente il nome di Andrea Sempio non gli dice un granché. È solo uno che rischia l’ergastolo, dopo che la procura ha comunicato la chiusura delle indagini e il trasferimento degli atti alla procura generale di Milano per l’eventuale revisione del processo che ha condannato per lo stesso reato, un omicidio, un atro imputato di nome Alberto Stasi.
Ma Sempio non è un mafioso, o per lo meno, nella girandola assurda di questo processo, l’accusa di essere un aderente alla ‘ndrangheta di Lombardia non gli è ancora stata contestata. Ma soprattutto non pare essere neppure un “colletto bianco”, uno di quegli amministratori che, nella vulgata grillina amata da certe toghe dei tempi nostri, sono sempre sospetti se appartengono ai partiti degli altri.
Immaginiamo quindi che quell’intercettazione della procura di Pavia, quella in cui questo ex ragazzo che sta rischiando il massimo della pena, scimmiotta un colloquio immaginario con la donna desiderata, non abbia attratto l’attenzione del Procuratore Nazionale Antimafia. E neppure la divulgazione, in spregio delle regole sul segreto investigativo, di quella captazione da parte del solito Tg1, mentre ancora l’indagato e i suoi avvocati non erano usciti dal portone della procura. Eppure per un magistrato così attento alle regole quale è il dottor Melillo, un’occhiata sarebbe stata doverosa.
Lo diciamo perché sappiamo il procuratore essere persona molto attenta ai fatti della storia ma anche a quello che li classifica, e quindi alla produzione legislativa del Parlamento e anche del Governo. Tanto che proprio agli organi legislativi si è rivolto per sollecitare modifiche sulle intercettazioni, quasi spettasse all’ordine giudiziario, oltre al compito di applicare le leggi, anche quello di dettare l’agenda delle priorità. Non si è curato del fatto che insieme ad Andrea Sempio siano state intercettate nel passato anche persone non indagate. Ma piuttosto si è lamentato di quel principio sancito dalle procedure del sistema accusatorio e della Costituzione, che impedisce di acquisire captazioni facendole circolare da un processo all’altro, come se ogni procura avesse avuto una delega in bianco.
La tipologia dei reati che stano a cuore al procuratore è quella che ha a che fare con la pubblica amministrazione. E con la politica, siamo sempre lì. Sembra si stia tornando, in un clima di straniamento dalla speranza di grandi riforme sulla giustizia, allo spirito del processo inquisitorio. Quello in cui il pm poteva fare tutto e molto di più, e in gran segreto. Con una ferrea complicità del sistema di informazione, perché è nel buio che si cementificano gli accordi più sicuri.
Quelli che possono impunemente lanciare allarmi sulla grazia concessa alla signora Nicole Minetti, che può essere processata sui giornali proprio perché in fondo anche lei, in quanto è stata consigliera regionale, è un “colletto bianco”. E poco importa il fatto che proprio ieri la procura generale di Milano abbia fatto sapere che dai primi accertamenti dell’Interpol in Uruguay e in Spagna non risulti nessun elemento in grado di contraddire la concessione della grazia. Magari con qualche captazione in più…
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