Il magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Giuseppe Visone, interviene nel dibattito sulla riforma delle intercettazioni.

Dottor Visone, partiamo dalla riforma dell’articolo 270 del codice di procedura penale invocata dal Procuratore Melillo. Lei ritiene che l’attuale formulazione sia quella più corretta?
«Ritengo che l’attuale formulazione del 270 sia quella maggiormente aderente a tre principi fondamentali, due dei quali sono stati ampiamente declinati sia dalla Corte costituzionale sia dalla Corte di giustizia europea. Il primo è la tutela della riserva di giurisdizione, che ispira tutta la materia delle intercettazioni. Se consentissimo un utilizzo massivo delle captazioni per reati diversi, senza alcuna forma di connessione con l’originaria autorizzazione, di fatto verrebbe meno il controllo del giudice sulle condizioni di ammissibilità. E le condizioni non riguardano soltanto il rientrare nel catalogo del 266, ma anche, ad esempio, la indispensabilità dello strumento intercettivo».

Lei critica dunque la disciplina in vigore tra il 2020 e il 2023?
«Sì. Quella norma, dal mio punto di vista, incideva proprio sulla riserva di giurisdizione, perché per i reati diversi, attraverso il meccanismo dell’utilizzabilità, non vi era un controllo pieno del giudice. Mancava una nuova autorizzazione che verificasse non soltanto la presenza dei gravi indizi o il rientro nel catalogo dei reati intercettabili, ma anche e soprattutto il requisito dell’indispensabilità».

Lei richiama anche la giurisprudenza europea. In che direzione sta andando?
«La Corte europea ci dice che, in materia di intercettazioni e più in generale di diritti fondamentali, bisogna andare verso una minore compressione possibile delle libertà individuali. Lo vediamo anche sul tema dei sequestri degli smartphone. Il bilanciamento deve essere rigoroso: le esigenze investigative possono prevalere soltanto per i reati più gravi. Ecco perché l’attuale norma mi sembra più conforme ai principi europei di proporzionalità e corretto bilanciamento tra tutela dei diritti individuali e diritto all’investigazione».

Lei parla anche di un “principio di responsabilità” del pubblico ministero. Che cosa intende?
«La nuova formulazione del 270 impone al pubblico ministero un controllo costante sulle indagini. Se emergono fatti nuovi, il pm deve procedere immediatamente all’iscrizione e, se necessario, chiedere una nuova autorizzazione al giudice, verificando la sussistenza delle condizioni di ammissibilità. Questo responsabilizza il magistrato requirente».

E invece la disciplina precedente favoriva le cosiddette “intercettazioni a strascico”?
«Esattamente. La formulazione-ponte faceva arretrare quel principio di responsabilità che era stato invece affermato dalla sentenza Cavallo. Quella pronuncia aveva chiarito che non si possono fare intercettazioni a strascico, con il pubblico ministero che solo alla fine “tira le fila” di tutto ciò che emerge. La norma oggi vigente, invece, soddisfa tre principi fondamentali: riserva di giurisdizione, proporzionalità europea e responsabilità del pubblico ministero».

Eppure il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo parla di rischi per le indagini antimafia e antiterrorismo. Lei riscontra un’emergenza reale?
«Credo che il tema posto sia soprattutto quello della dispersione del materiale investigativo. Ma bisogna ricordare che la clausola di salvaguardia del 270 è rimasta: le intercettazioni sono utilizzabili quando la prova è indispensabile per reati per i quali è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. E quasi tutti i reati di mafia e terrorismo rientrano in questa categoria».

Quindi, secondo lei, l’attuale impianto normativo continua comunque a garantire strumenti efficaci per il contrasto ai reati più gravi?
«Direi di sì. Certo, il legislatore europeo ci impone oggi una attenzione sempre maggiore al principio di proporzionalità e alla tutela dei diritti fondamentali. È un equilibrio delicato, ma inevitabile: dobbiamo riuscire a far convivere l’efficacia dell’azione investigativa con la protezione delle libertà individuali dei cittadini».

Dopo il referendum sulla giustizia, vede segnali di tensione anche dentro la magistratura? Esiste una frattura tra sensibilità più garantiste e altre più rigoriste?
«Si è certamente aperto un dibattito. Mi pare che tutti, almeno a parole, riconoscano che il sistema non funziona così com’è. Il punto è capire se alle dichiarazioni seguiranno atti concreti».

Lei guarda con preoccupazione alla prossima assemblea dell’Anm?
«Sì, guardo con attenzione all’assemblea del 16 maggio. Mi auguro che alcune voci che stanno circolando non trovino conferma. Mi riferisco, ad esempio, all’ipotesi di rendere permanenti i comitati per il No al referendum, creando una sorta di organizzazione stabile di dialogo politico con i cittadini. Sarebbe uno strappo enorme».

Lei teme una politicizzazione ulteriore dell’Associazione nazionale magistrati?
«Mi auguro sinceramente che queste ipotesi non si materializzino. Però alcune manifestazioni in quella direzione ci sono già state. Credo vi sia stato anche un deliberato di una giunta sezionale ligure. Temo che qualche proposta arriverà in assemblea».

E se passasse quella linea?
«Sarebbe una piega molto pericolosa. Non credo che il compito della magistratura sia quello di strutturarsi in organismi permanenti di interlocuzione politica con la cittadinanza. Sarebbe un ulteriore elemento di tensione e un passo inquietante».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.