Alfredo Sorge, vicepresidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, avvocato penalista tra i più esperti sui temi delle garanzie costituzionali e delle procedure investigative, interviene nel dibattito sulle intercettazioni e sull’uso dei captatori digitali.

Avvocato Sorge, il tema delle intercettazioni torna al centro del dibattito pubblico. Si sta perdendo di vista il principio di eccezionalità dello strumento?
«Sì, si dimentica un dato essenziale: la legge considera le intercettazioni uno strumento eccezionale. Il limite ordinario è di quindici giorni al massimo. Solo per i reati di mafia si arriva a quaranta giorni per decreto. Questo dimostra che il legislatore ha sempre pensato all’intercettazione come a una deroga forte alla libertà e segretezza delle comunicazioni garantite dall’articolo 15 della Costituzione. Se però si intercetta per mesi o per anni, non si tratta di una intercettazione ma più probabilmente di una “pesca a strascico” tecnica più volte censurata dalla Corte di Cassazione».

Perché critica l’idea di poter utilizzare liberamente le intercettazioni in procedimenti diversi da quello originario?
«Perché non si viola soltanto l’articolo 270 del codice di procedura penale. Si mette in crisi anche l’intero sistema delle iscrizioni previsto dall’articolo 335. Il punto è decisivo: quando durante un’intercettazione emerge un fatto nuovo, il pubblico ministero non può ma deve iscrivere una nuova notizia di reato, ed è tenuto a farlo immediatamente. Non è un ostacolo investigativo, bastano pochi minuti per procedere».

L’iscrizione è così importante?
«Certo: garantisce il controllo sulla correttezza dell’indagine in ordine ad ogni specifico reato. Giovanni Canzio, presidente emerito della Cassazione, lo spiegò molto bene nel corso dei suoi interventi (ricordo il suo discorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario nel 2017): non si possono iscrivere nel registro degli indagati persone o ipotesi di reato senza seri e concreti elementi indiziari per quella specifica ipotesi di reato. L’iscrizione va anche costantemente verificata e aggiornata non è una formalità burocratica e men che meno sono consentite le cd. iscrizioni contenitore, tecnica anche questa più volte censurata dalla Cassazione. Non dimentichiamo che è la iscrizione il presupposto che consente o meno l’accesso a strumenti invasivi come le intercettazioni».

Cosa accade se emerge un reato completamente diverso da quello originario?
«Se il fatto è strettamente connesso o collegato all’indagine iniziale, il fascicolo può restare allo stesso magistrato. Ma se il reato è autonomo, il procedimento deve essere assegnato secondo criteri oggettivi e dunque ragionevolmente a un altro pubblico ministero. Ed è qui che nasce il vero nodo. Aggirare l’obbligo di iscrizione significa anche evitare questo passaggio».

C’è il rischio di una “mano libera” investigativa?
«Esattamente. La riforma del 2022 ha persino previsto gravi inutilizzabilità in caso di mancata o ritardata iscrizione. Dunque non si tratta solo di violare il 270. Qui si rischia di svuotare o dequotare fortemente il sistema di garanzie che disciplina tempi, limiti e competenze dell’indagine».

Lei richiama anche la giurisprudenza costituzionale sui cellulari e sui messaggi WhatsApp. Perché?
«Perché oggi il telefono contiene la vita intera di una persona. E la Corte costituzionale ha chiarito un principio molto importante ed attuale: messaggi, e-mail, sms, WhatsApp non sono semplici documenti. Sono corrispondenza. E quindi godono della tutela rafforzata prevista dall’articolo 15 della Costituzione».

Che cosa comporta concretamente questo principio?
«Che il sequestro di un cellulare deve essere motivato in modo rigoroso. Occorre indicare per quale reato si procede e persino il perimetro temporale delle comunicazioni che si intendono acquisire. Non si può sequestrare un telefono e poi pescare liberamente dentro anni di vita privata».

Quindi anche il materiale già acquisito può restare inutilizzabile?
«Assolutamente sì. Se io acquisisco un telefono per verificare una specifica ipotesi di falso riferita a un determinato periodo, tutto il resto non può essere utilizzato. Anche se ne possiedo la copia forense. È questo il principio affermato dalla Corte costituzionale nelle decisioni più recenti, compresa quella legata al caso Renzi ed anche successivamente dalla Corte di Cassazione».

Perché definisce “anacronistico” l’attuale dibattito sulle intercettazioni?
«Perché mentre la giurisprudenza europea e costituzionale rafforzano le garanzie sulla privacy digitale, noi rischiamo di tornare indietro. Parlare oggi di estensione indiscriminata dell’utilizzabilità significa andare in direzione opposta».

C’è poi il tema dei costi. L’opinione pubblica spesso non immagina quanto costi una grande attività di intercettazione.
«Sono costi enormi. Dietro le intercettazioni ci sono spesso mesi o anni di lavoro, tecnologie sofisticate, personale specializzato, sistemi di captazione ambientale, Trojan, server, software. L’immagine romantica del maresciallo che ascolta col brogliaccio cartaceo non esiste più».

Lei parla addirittura di un “mondo oscuro”. A cosa si riferisce?
«Al fatto che la gran parte delle attività tecnologiche viene esternalizzata. Le procure spesso non dispongono direttamente dei mezzi tecnici. Si appoggiano a società private che forniscono software, server, piattaforme di gestione, noleggiano microspie e captatori. E questo apre interrogativi enormi».

Chi gestisce concretamente questi sistemi?
«Ci sono aziende altamente specializzate che lavorano attraverso appalti e affidamenti. Alcune operano anche in ambiti legati ai servizi di intelligence o alla difesa. Forniscono tecnologia avanzata non solo alle procure, ma anche a militari e strutture internazionali. È una filiera gigantesca».

E questo pone problemi di controllo?
«Enormi. Perché alla fine chi materialmente gestisce il flusso delle intercettazioni è spesso il soggetto privato che fornisce il servizio. Produce le sintesi, organizza i dati, gestisce i server. Il tema è: quanto controllo reale resta in mano all’autorità giudiziaria?».

Ritiene necessaria una maggiore trasparenza?
«Senza dubbio. C’è bisogno di un’operazione verità su costi, gestione tecnologica, appalti e catena di custodia dei dati. Perché oggi il tema delle intercettazioni non è più soltanto giuridico. È anche industriale, tecnologico e persino geopolitico».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.