Il blitz
L’offensiva politica di Melillo: così il Partito delle Procure mette a rischio la democrazia
Presa la rincorsa con il referendum, la minaccia di chi affila l’arma della giustizia per tenere in scacco la democrazia italiana torna a farsi tonante. I segnali che arrivano da più parti sono inequivocabili. E tra questi arriva, da ultima, la richiesta di Gianni Melillo di riallargare i cordoni delle intercettazioni, a valle della rimessa in marcia delle Procure. I cingoli già si possono udire, in sottofondo. Si punta a tornare, nostalgia canaglia, ai tempi del ministro Bonafede, che aveva dato il via libera alla “pesca a strascico”. E lo si fa puntando a un artificio che non trova riscontri in cronaca: limitare l’uso delle intercettazioni costituirebbe un “Grave arretramento nel contrasto a mafia e terrorismo”, secondo quanto il Procuratore nazionale Antimafia, Gianni Melillo, ha scritto in una lettera ai ministri Nordio e Piantedosi.
Altro che emergenza. La spinta ad allargare le intercettazioni somiglia sempre più a una scorciatoia investigativa travestita da necessità. Il Procuratore Melillo chiede di abbattere i limiti, ma il rischio è evidente: trasformare uno strumento eccezionale in un meccanismo ordinario, e quindi arbitrario. La Costituzione parla chiaro: la libertà e la segretezza delle comunicazioni sono inviolabili. Non è un dettaglio tecnico, è un pilastro. E poi, non avevamo appena detto, sentendolo ribadito a tv unificate, che la Costituzione non si cambia? E allora non cambiatela. Rispettatela. Le intercettazioni sono ammesse, sì, ma come eccezione, non come regola. E soprattutto con un vincolo preciso: devono essere autorizzate per uno specifico reato, con motivazioni puntuali. Non perché l’Italia sia un’eccezione: no. Perché lo sottolineano anche l’Europa e la CEDU. È qui che l’articolo 270 del codice di procedura penale diventa decisivo. Impedisce che le intercettazioni si trasformino in una pesca a strascico. La Corte costituzionale lo ha dovuto mettere nero su bianco già nel 1991: usare quelle conversazioni per altri procedimenti significherebbe concedere ai magistrati un’“autorizzazione in bianco”. Tradotto: controllo zero, invasione massima. Con tanti saluti allo Stato di diritto. Eppure è esattamente questo che si vorrebbe reintrodurre, tornando alla breve stagione 2020–2023, quando tutto era utilizzabile quasi sempre. Un’anomalia, più che una riforma, poi corretta dal legislatore. E qui emerge il punto vero. La lettera di Melillo, formalmente tecnica, appare nei fatti come un atto di indirizzo politico, un’interlocuzione “paritetica” tra magistratura e legislatore che solleva più di un dubbio sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Il paradosso è evidente: proprio chi si richiama alla difesa della Costituzione propone di aggirarne i principi fondamentali. L’articolo 15 non è negoziabile. Non può essere piegato all’idea di una “bulimia conoscitiva” che giustifica tutto in nome dell’efficacia investigativa. E non c’è alcun riscontro nel dire che i magistrati antimafia siano disarmati. Le intercettazioni sono già ampiamente consentite per i reati più gravi, inclusi quelli con arresto in flagranza. Il sistema c’è, funziona, ed è stato costruito per evitare abusi. Il vero nodo è politico. Quello che non è sfuggito a Tommaso Calderone di Forza Italia: «È un argomento molto tecnico e bisognerebbe essere precisi e puntuali. Forza Italia rimane lucida e garantista e non si fa certo travolgere dalle strumentali argomentazioni di chi vorrebbe intercettare il cittadino a ogni piè sospinto violando riservatezza e diritti costituzionali senza criterio», conclude Calderone. Quando le Procure dettano l’agenda e le istituzioni rispondono con formule vaghe — «interessante», «parliamone» — il rischio è di scivolare senza accorgersene. Non verso più sicurezza, ma verso meno libertà. Le intercettazioni devono restare quello che sono: uno strumento calibrato, raro, eccezionale. Il resto è una scorciatoia. E le scorciatoie, sul crinale inclinato delle democrazie, possono diventare irrimediabilmente scivolose.
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