Teheran ha un ulteriore problema. Un problema di ricchezza. Lo smaltimento dell’oro nero. Detta così sembrerebbe assurdo e di non facile comprensione. Ma davvero la questione sta assumendo proporzioni enormi: troppo petrolio risulta invenduto e l’Iran non sa più in che modo stoccarlo. Teheran, che ha proposto agli Stati Uniti la riapertura dello Stretto di Hormuz, senza includere trattative di sorta sul nucleare, sarebbe in seria difficoltà. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, si sarebbero già utilizzati vecchi depositi ma presto lo spazio potrebbe finire ed il rischio vero è uno stop alla produzione. Si stanno riattivando siti abbandonati, utilizzando anche container improvvisati, puntando a ritardare una crisi infrastrutturale altrimenti inevitabile. L’Iran è praticamente sommerso da enormi quantitativi di greggio. La tensione con gli Stati Uniti sullo Stretto di Hormuz, che resta chiuso, rischia di trasformarsi in una corsa contro il tempo. Mentre il prezzo del petrolio resta stabilmente sopra i 100 dollari al barile, la prolungata chiusura di Hormuz potrebbe peggiorare ulteriormente lo scenario, con i negoziati che restano in una fase di stallo.

Il presidente americano Donald Trump su Truth ha scritto che l’Iran ha affermato di trovarsi in uno stato di collasso e di volere che gli Stati Uniti aprano lo Stretto il prima possibile. Le scorte di petrolio iraniane, con il blocco, sono aumentate di 4,6 milioni di barili, raggiungendo circa 49 milioni di barili. La capacità massima del Paese potrebbe essere di circa 90 milioni di barili. Nel caso si raggiungesse il limite, la produzione verrà bloccata, con il conseguente aggravio per le finanze iraniane, già sotto pressione a causa del conflitto. Ovviamente la delicata situazione geopolitica riaccende l’avversione al rischio globale: i riflettori sono puntati sul fattore energia e sull’azionario dei mercati, dove gestori e investitori vedono uno scenario molto instabile. Con l’escalation militare in Medioriente, USA e Israele ed Iran hanno riportato la geopolitica al centro dei mercati finanziari globali, innescando un immediato rincaro del petrolio e l’attenzione sugli asset di primario investimento, dove necessariamente si devono rivalutare i rischi energetici e quelli macroeconomici. Un’ipotesi la cui concretizzazione dipenderà in larga misura dalla durata delle tensioni del conflitto e dagli impatti sui flussi energetici che transiteranno per lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio.

L’oro nero è di fatto il primo termometro della crisi, asset immediatamente sensibile agli sviluppi geopolitici in Medio Oriente. Dunque il vero rischio è davvero legato al destino dello Stretto e in questo momento ciò che rappresentava un punto di forza per l’Iran può trasformarsi in un cruciale punto di debolezza e ribaltare il gioco di forze anche psicologico a favore degli USA. Quanto all’impatto macroeconomico, i gestori sono convinti che dipenderà quasi esclusivamente dalla persistenza del rialzo energetico. Con il petrolio stabilmente elevato si potrebbe infatti riaccendere il timore inflazionistico, ma anche incidere sui costi di produzione e rallentare la dinamica dei consumi, riducendo al tempo stesso lo spazio per politiche monetarie più accomodanti: un’incertezza prolungata cambierebbe le prospettive di mercato e si andrebbe ad influire anche sulla politica del taglio dei tassi di interesse delle banche centrali. Di solito gli shock petroliferi legati alla geopolitica tendono a pesare sulla domanda aggregata prima ancora di alimentare una spirale inflazionistica duratura. Tutto dipenderà dalla variabile tempo e dallo scenario del conflitto, che se protratto per un lungo periodo, arrecherebbe un danno ai mercati maggiore di quello stimato. L’aumento dell’incertezza geopolitica tende infatti a comprimere temporaneamente le valutazioni azionarie, aumentando i premi per il rischio per gli investitori. L’Iran potrebbe sperimentare un cambio di regime che porti gli Stati Uniti a esercitare un controllo sulla produzione petrolifera interna: questa operazione potrebbe apportare ai mercati azionari un beneficio e magari inaugurare una nuova fase di negoziazione per un accordo sul nucleare.