Per decenni, lo Stretto di Hormuz è stato il termometro della stabilità globale, misurato esclusivamente in barili di greggio. È il passaggio obbligato per circa il 20% del transito mondiale del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL). Occorre fare luce su un’altra verità, tanto critica quanto invisibile: i cavi sottomarini in fibra ottica che passano lì rappresentano una vera infrastruttura digitale del Golfo Persico. Mentre la flotta internazionale monitora la superficie delle acque, sul fondale dello Stretto giace una ragnatela di cavi che garantisce la connettività di giganti economici come gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Kuwait e l’Arabia Saudita. Sistemi come il FALCON, l’AAE-1, il TGN-Gulf e il SEA-ME-WE passano attraverso queste acque poco profonde e trafficatissime. Seppure nessuno si affidi completamente ai cavi sottomarini per le esigenze di connettività internazionale, la capacità delle reti terrestri potrebbe non essere sufficiente a gestire il traffico se i sistemi sottomarini nel Golfo venissero danneggiati.

Le reti terrestri non sono un perfetto sostituto dei sistemi sottomarini e non sono immuni ai danni delle ostilità stesse. Per gli Stati della sponda araba, non esistono alternative terrestri altrettanto efficienti o sicure. Se il petrolio può, in minima parte, essere deviato tramite oleodotti che attraversano la penisola arabica verso il Mar Rosso, i dati non godono della stessa flessibilità. Un’interruzione coordinata in questo stretto corridoio marittimo isolerebbe digitalmente le capitali finanziarie del Golfo, paralizzando i mercati azionari e interrompendo i servizi cloud da cui dipendono governi e industrie. Con ripercussioni che tutti noi possiamo immaginare anche nel caso fossero necessarie delle riparazioni, visto il terreno e, in questo caso, i fondali dove agire, considerando le tensioni in atto. Le acque dello Stretto sono relativamente basse, raramente superano i 100 metri di profondità. Questo rende i cavi particolarmente esposti non solo a incidenti accidentali, come ancore trascinate o reti da pesca, ma anche a potenziali operazioni di sabotaggio mirato. Le agenzie iraniane uscite negli ultimi giorni sull’argomento suonano come una minaccia, per cui colpire i cavi sottomarini significherebbe infliggere un danno economico immediato e devastante alla digital economy dei vicini, colpendone la logistica portuale, il traffico aereo e l’intero settore del fintech.

Un “disastro digitale” nello Stretto di Hormuz avrebbe onde d’urto che superano i confini regionali. Il Golfo è oggi un hub logistico e di transito per i dati tra Europa e Asia. Un’interruzione massiccia costringerebbe a reindirizzare il traffico dati globale verso rotte alternative già sature, compromettendo le comunicazioni transcontinentali. L’interdipendenza tra energia e digitale è totale: le moderne infrastrutture di estrazione e liquefazione del gas operano tramite sistemi di controllo remoto e gestione dati in tempo reale. Intanto c’è da fare i conti con uno dei primi più devastanti effetti della nuova crisi del Golfo, che riguarda lo stop ai lavori del progetto 2Africa Pearls: un sistema di cavi sottomarini di 45mila chilometri esteso fino all’India, progettato per stabilire un nuovo standard di connettività che avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2026.

Jonatan Della Rocca

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