Le serie tv a tema carcerario vanno sempre fortissimo. Oz, Prison Break, Orange Is the New Black ma anche l’italianissima Mare Fuori fanno audience, appassionano il pubblico, creano un corpo solido di fedeli del genere. Il carcere delle serie è naturalmente un carcere finto, un pretesto narrativo più che un oggetto di racconto. Il carcere vero interessa parecchio meno, diciamo quasi niente. L’attenzione si accende di rado, quando scoppia una rivolta, per esempio, o quando a fine anno si fa la contabilità dei morti suicidi.

I casi di Gianni Alemanno e Fabio Falbo

Si comprende come, nello scroll ininterrotto, l’attenzione sfugga e nel diluvio di meme, foto, video e roba del genere il carcere non ci possa stare perché non escono foto, video o reel da dentro. Pensavo quanto sarebbe stato potente il racconto dalla galera che con cadenza diaristica fanno Gianni Alemanno e Fabio Falbo da Rebibbia – dove sono reclusi. Scrivono e pubblicano articoli fortissimi che, se invece di parole da leggere fossero foto, video o stories colpirebbero l’attenzione delle persone qua fuori – i noi con la testa sempre piegata sul telefono.

Radio Carcere e le lettere dei detenuti

Il programma Radio Carcere che Riccardo Arena conduce su Radio Radicale da decenni è una miniera di storie umanissime e concretissime. Il giovedì, in particolare, è dedicato alle lettere che i detenuti scrivono alla radio, e alle amare testimonianze delle persone che dal carcere sono appena uscite. Si capiscono così tante cose e ci si immedesima nella vita di quelle persone, esattamente come si fa con i personaggi delle serie tv. E invece con le persone vere, con i carcerati veri questa immedesimazione non c’è. Perché?

Il pestaggio al carcere di Santa Maria Capua Vetere

Nel processo in corso per il pestaggio al carcere di Santa Maria Capua Vetere – cui il Riformista ha dedicato una serie di episodi del podcast Processi – si scava nella dimensione quotidiana di una galera grande quanto un quartiere di una media città. Nella ricerca della verità processuale, si analizzano le procedure, l’organizzazione, la filiera di comando, le responsabilità. Si cerca di ricostruire la quotidianità delle persone che vivono una galera, detenuti e detenenti, e si cerca una ratio che invece spesso non c’è. Al processo di Santa Maria si è arrivati grazie alle foto che si è fatto uno dei detenuti pestati con un telefono posseduto illegalmente. I telefoni in carcere sono vietati. Le perquisizioni – come quella predisposta il giorno del pestaggio – vengono fatte proprio per trovare telefoni. Come tutte le cose proibite, anche i telefoni in carcere sono comunissimi. Basterebbe regolamentarne l’uso, invece che vietarli. Avviene già in altri Paesi europei; d’altronde i telefoni si possono controllare. I racconti di Alemanno e Falbo arriverebbero così davvero anche a noi qui fuori. Chissà, magari ora che con l’ultimo decreto Sicurezza in galera entreranno anche agenti provocatori, forse capendo dal di dentro come funziona la proibizione, l’idea di legalizzare a loro verrà.

Simona Bonfante

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