Bisogna avere il coraggio di chiamarla con il suo nome, questa cosa che da settimane attraversa la cronaca italiana come un fiume carsico: la voglia di rimettere alla sbarra Silvio Berlusconi. Anche da morto. Anche per interposta persona. Anche, soprattutto, oltre il perimetro stretto delle aule di giustizia, là dove l’opinione pubblica continua a istruire un suo processo permanente che non conosce gradi né prescrizione.

Le due vicende che hanno occupato i titoli in questi giorni sono diversissime. Da un lato il rinvio a giudizio di Marcello Dell’Utri e della moglie Miranda Ratti per la mancata comunicazione delle variazioni patrimoniali legate ai bonifici ricevuti dal fondatore di Forza Italia, in una contestazione che ruota intorno alla legge Rognoni-La Torre e che — è bene ricordarlo — arriva dopo che sei autorità giudiziarie, Cassazione compresa per due volte, avevano escluso ipotesi di trasferimenti fraudolenti. Dall’altro la grazia concessa l’11 aprile dal presidente Mattarella a Nicole Minetti, oggi sotto verifica del Quirinale e della Procura generale di Milano dopo le notizie comparse sulla stampa circa elementi forse non corrispondenti al vero, contenuti nell’istanza di clemenza. Vicende incomparabili per natura, attori, gravità delle questioni in gioco. Eppure unite da un sottile filo rosso che riguarda meno la giustizia e più la psiche collettiva del Paese.

Sul piano strettamente giudiziario, sarà bene attendere. Le inchieste possono reggere su sospetti reali e su motivazioni istruttorie che meritano rispetto: il garantismo non significa incrociare le braccia davanti a fatti che potrebbero esserci. La contestazione mossa a Dell’Utri ha una sua autonoma consistenza tecnica che andrà valutata nel merito, senza pregiudizi favorevoli né contrari. Sul caso Minetti — al netto della delicatezza umanitaria che lo circonda — l’urgenza con cui il Colle ha chiesto chiarimenti dice di un disagio istituzionale che non si può minimizzare. Ma c’è un altro piano, quello dell’opinione pubblica, dove il discorso si fa più scivoloso e più rivelatore. Una parte del Paese — quella che per un trentennio ha trasformato Berlusconi nell’altare oscuro su cui sacrificare la propria identità politica — sembra non riuscire a separarsi dal proprio antagonista neppure quando la lapide è posata. Si processa il braccio destro, si processa la consigliera regionale, si processa la grazia. Ogni occasione diventa pretesto per riaprire il fascicolo immaginario contro l’uomo di Arcore, come se la sua scomparsa fisica avesse lasciato un vuoto antropologico più che politico. Parafrasando Bauman si potrebbe parlare di liquidità del rancore, o si potrebbe descrive una incapacità di congedarsi dal proprio antagonista come la malattia di un pezzo di società che senza nemico smarrisce sé stessa.

Il punto non è difendere Berlusconi, né i suoi sodali, né le scelte di clemenza individuale che competono al solo Capo dello Stato. Il punto è capire perché un Paese che si dice stanco di guerre culturali continui a riaccenderne i bracieri ogni volta che ne intravede la possibilità. Le inchieste facciano il loro corso, con la serietà che meritano e i tempi che richiedono. Ma chi commenta sui social, nei talk, nel retropalco delle redazioni, dovrebbe chiedersi se quella voglia di processare ancora — sempre, comunque — non sia il sintomo di un lutto mai elaborato. Di un avversario perduto e perciò, paradossalmente, irrinunciabile.