“Sulla giustizia chiediamo un’accelerazione dei tanti dossier annunciati e mai portati a termine”, ha affermato ieri l’avvocato Francesco Petrelli, presidente delle Camere penali, rispondendo alle domande del Riformista. Riguardo la separazione delle carriere in magistratura, in particolare, Petrelli ha dichiarato che l’occasione è “irripetibile”. Purtroppo per Petrelli, e per la maggioranza dei cittadini che aspirano ad un sistema giustizia effettivamente liberale e garantista, la possibilità che le riforme in cantiere vadano in porto è ogni giorno che passa sempre più difficile, con il concreto rischio che ci si limiti ad un semplice maquillage.

Il ddl Nordio

La prima riforma attesa è, ovviamente, il ddl Nordio. Il testo prevede l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, la modifica di quello di traffico d’influenze illecite, una migliore definizione dell’avviso di garanzia e del relativo interrogatorio, l’inappellabilità (in alcuni limitati casi) delle sentenze di assoluzione da parte del pm, l’introduzione del gip collegiale per le misure cautelari personali. Si tratta di interventi quanto mai diversificati fra loro e dalla portata molto simbolica. La battaglia dell’abuso è un tema infatti che si trascina da decenni. Anche se la norma è stata più volte modificata introducendo dei paletti, i magistrati hanno quasi sempre trovato il modo per aggirarli, ricorrendo a contestazioni fantasiose. Si ricorderà il caso della sindaca di Crema che venne iscritta nel registro degli indagati per tale reato dopo che una bambina si era ferita ad una mano nella porta dell’asilo.

Il testo ha avuto una genesi estremamente complicata. Inizialmente Nordio si era spinto ad affermare che dovesse essere approvato entro gennaio del 2023, essendo tutto pronto. Da allora si è però perso il conto delle audizioni effettuate dal Parlamento. Le decine di pm auditi, in servizio ed in pensione, ad iniziare da Piercamillo Davigo, per stroncare la riforma hanno richiamato asseriti accordi anticorruzione che sono stati sottoscritti a livello internazionale dall’Italia, primo fra tutti la Convenzione di Merida. Un richiamo fuori contesto dal momento che questa Convenzione non prevede indicazioni per i singoli Stati aderenti circa i criteri concreti con cui contrastare la corruzione. L’Italia, peraltro, ha una delle legislazioni più severe a livello europeo sul punto, con pene detentive elevatissime. Senza considerare, infine, che per il contrasto a questo genere di reati si possono utilizzare i terribili virus trojan. Il ddl Nordio è fermo da settimane in Commissione giustizia alla Camera. Per la sua approvazione, dicono, si dovranno attendere le elezioni europee. Una prospettiva infausta perché dopo le elezioni europee è sicuro che ci sarà un rimpasto di governo ed uno dei ministri che rischia di saltare è lo stesso Nordio, ormai visto dalla premier Meloni come un corpo estraneo all’interno dell’esecutivo.

La separazione delle carriere

La riforma richiesta da Petrelli, che necessita di una modifica costituzionale, è semplicemente in alto mare. In Parlamento era stato depositato lo scorso anno un testo, poi ritirato in quanto il governo aveva dichiarato di volerne presentare uno proprio. Che non si è mai visto. La legge attualmente in vigore prevede che si possa cambiare funzione non più di due volte e a certe condizioni. Ma il punto non è questo. Il tema di fondo è che per diventare pm o giudice il concorso è il medesimo, come è il medesimo l’organo di autogoverno, dove pm e giudici si valutano e promuovono a vicenda. Difficile parlare di terzietà ed indipendenza in questa situazione.

Il Consiglio superiore della magistratura

È una delle riforme più surreali mai realizzate dal dopoguerra ad oggi. Dopo il Palamaragate tutti dissero che bisognava togliere potere alle correnti della magistratura, diventate dei centri di potere per la spartizione dei posti. La riforma che doveva favorire candidature indipendenti al Csm ha prodotto l’effetto contrario: su 20 componenti togati, ben 19 sono espressione di gruppi associativi. Ci sarebbe, allora, il sorteggio temperato. Ma anche questa riforma, primo firmatario il forzista Pierantonio Zanettin, è arenata in Commissione giustizia.

Le carceri

Sul fronte delle carceri la situazione è tragica: trenta detenuti si sono tolti la vita dall’inizio dall’anno. Nordio da sempre ripete che bisogna utilizzare le caserme dismesse per avere più posti e fronteggiare così il sovraffollamento. Ma è una soluzione di difficile realizzazione. L’unica soluzione è un provvedimento, come richiesto dalle Camere penali, di amnistia. Ma è impensabile con le sensibilità della maggioranza di governo. Si potrebbe cercare di migliorare le condizioni detentive. Il Ministero della giustizia ed il Dap si stanno impegnando, con zelo non comune, a rendere invece la pena sempre più affittiva. Un esempio? Le telefonate in carcere. Con un provvedimento di assoluto buon senso durante il Covid i detenuti potevano telefonare senza particolari limiti. Adesso non più, al massimo una telefonata a settimana. E poi i braccialetti elettronici. Il Ministero della giustizia spende tantissimo per rinnovare il parco auto ma non trova qualche decina di migliaia di euro per acquistare questi strumenti.

Conclusioni

La domanda da porsi, giunti a questo punto, è cosa è stato fatto in tema di giustizia: nuovi reati, innalzamenti delle pene di quelli esistenti, paletti processuali che rendono sempre più difficile il diritto di difesa. E poi non bisogna dimenticare che molti non si rivolgono più ai tribunali: oltre all’aumento del contributo unificato, il bollo che si deve pagare allo Stato affinché un magistrato esamini il fascicolo, c’è il rischio della condanna alle spese. Un disincentivo ad adire all’autorità giudiziaria. Uno scenario certo non esaltante.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere