Le Olimpiadi sono, su scala mondiale, l’equivalente sportivo del Festival di Sanremo. Anni fa Beppe Severgnini sul Corriere definì “varenniani” tutti coloro che si ergono ad esperti da bar pontificando sull’ultimo sport in voga, ispirandosi in quel caso ai successi del cavallo Varenne che per un po’ ci fece tutti appassionati ed esperti di ippica, così come accadde per Luna Rossa nella vela o Alberto Tomba nello sci. Slancio autobiografico riuscitissimo e termine che meriterebbe la Treccani.

Le Olimpiadi sono di tutti

Le Olimpiadi sono l’apocalisse dei varenniani. Sono di tutti, perché in realtà non sono di nessuno. Del resto rappresentano un’idea di sport ampiamente sconfitta nella storia dai fatti, ed oggi applicata a convenienza: quella del dilettantismo propugnato dal barone Pierre De Coubertin. Non è un caso se l’ex presidente Uefa, Michel Platini, abbia detto in questi giorni a Midi Libre che “il calcio non è uno sport olimpico”. L’ex 10 della Juve si schiera, da francese, conoscendo bene la storia della rivalità tutta transalpina fra De Coubertin e Jules Rimet che da presidente Fifa, capendo prima di altri l’evoluzione, inventò il mondiale di calcio (visto di cattivo occhio dal Comitato Olimpico Internazionale) e tracciò da lì un solco professionisti contro dilettanti che poi è stato tra i fattori di successo dello sport più popolare del mondo. Nonostante questo le Olimpiadi sopravvivono a sé stesse da 128 anni e sono uno strumento di soft power incredibile, che ci dice molto più del ruolo dei paesi sullo scacchiere internazionale che del reale stato di salute del loro movimento sportivo.

Olimpiadi e politica

Sul piano politico si sono evolute fino a diventare oggi un contenitore quasi irrinunciabile. Da idea originariamente francese (loro stessi raddoppiarono nel 1924 con le invernali a Chamonix e le estive a Parigi) nata per promuovere la salute attraverso lo sport e l’unione dei popoli, sono diventate uno strumento eccezionale di affermazione nazionale, fino a vanto delle dittature (Berlino 1936 il punto più clamoroso) per poi tornare nel dopoguerra ad essere un momento di fratellanza. Durò poco: nel 1956 Spagna, Paesi Bassi e Svizzera non si presentarono a Budapest in protesta con l’invasione sovietica avvenuta poche settimane prima mentre Egitto, Iraq e Libano non parteciparono per la crisi del canale di Suez contro Israele, Francia e Gran Bretagna. Nel 1976 la Cina non andò a Montreal contro la decisione di ospitare anche gli atleti di Taiwan. Nel 1980 gli Usa boicottarono Mosca ricevendo la stessa moneta nel 1984 a Los Angeles. Poi le due parti si riappacificarono organizzando dal 1986 in poi i Goodwill Games, i giochi della buona volontà.
Oggi non ci si chiama più fuori. Accade piuttosto il contrario: Russia e Bielorussia sono fuori per iniziativa del Comitato (come fu il Sudafrica dell’apartheid dal 1964 al 1992), la Palestina manderà 6 atleti e chiede al contempo l’esclusione di Israele, il cui contingente (vittima di un attentato nel 1972 a Monaco) è presente circondato da misure di sicurezza speciali. Nel 2022 nemmeno gli Usa andarono fino in fondo contro Pechino: il boicottaggio degli Stati Uniti fu definito “soft” e riguardò il personale diplomatico ma non gli atleti. Purtroppo non interrompono più le guerre come succedeva nell’Antica Grecia (la tregua olimpica) ma non possiamo non apprezzare questa evoluzione: stare dentro il contenitore è diventato un valore superiore che testimonia l’essere parte di un’ampia comunità internazionale aperta (almeno sul piano retorico) al dialogo e alla diplomazia.

Olimpiadi ed economia

Già la prima edizione del 1896 ad Atene si caratterizzò per costi triplicati rispetto a quelli preventivati di 450 mila dollari. E dire che si trattò di un’iniziativa quasi improvvisata: gli intellettuali parigini capitanati da De Coubertin volevano lanciare l’iniziativa di rinverdire le Olimpiadi greche che si tennero l’ultima volta nel 393 d.C. organizzandole per il 1900, anno dell’Expo parigino. Scelsero Atene per non far passare troppo tempo dal 1892, quando il Barone espose il suo progetto. Buffo peraltro pensare che in quell’Expo la Francia realizzò l’iconica Tour Eiffel e 115 anni dopo l’equivalente milanese fu l’Albero della vita. Oggi la kermesse ricava oltre 4 miliardi di euro in forma diretta con un indotto stimato in almeno 8 volte tanto per le ricadute economiche sulla capitale francese. Con un elemento virtuoso: il 95% delle strutture era già esistente. L’augurio è quello di creare il percorso virtuoso che i Giochi di Londra del 2012 hanno favorito anche dopo anni. E qui non si può non tirare un sospiro sul tema “grandi eventi”, pensando che mentre la Germania ha chiuso da poco l’Euro 2024 di calcio, l’Inghilterra si appresta ad ospitare quelli del 2028, la Francia (che l’Euro lo fece nel 2016) cresce tra Olimpiadi e altri grandi eventi (come il mondiale di rugby), noi ci dovremo accontentare di una coabitazione con la Turchia nel 2032 e ci stiamo ancora interrogando sul da farsi per aver pronti 5 stadi (i turchi ne hanno il doppio già disponibili).
I problemi per correttezza non mancano nel resto del mondo: le città che si candidano sono sempre meno, quando venne scelta Parigi anche Los Angeles ottenne l’investitura per il 2028. Brisbane nel 2021 ha ottenuto quella del 2032 anche perché era l’unica città candidata. Per il 2036 c’è l’interesse dell’India, dove l’ambizioso primo ministro Narendra Modi ha l’obiettivo di mettere il paese anche sulla cartina mondiale dello sport. Il futuro olimpico oggi è legato soprattutto a questo tipo di costose opportunità di affermazione politica attraverso lo sport.

Due settimane e tre weekend di sport

Ultimo, in quanto in fondo ultimo nelle priorità, nell’Olimpiade arriva anche il contenuto, ovvero l’evento sportivo. Compresso in soli tre weekend e due settimane – e forse per questo rivedibile – non più concentrato su una sola città: il calcio a Parigi si giocherà a Lione (Londra 2012 lo fece a Manchester, per dire), il surf, grande novità del programma, a Tahiti nella Polinesia francese. Il trionfo dei varenniani, si diceva. Guardare i giochi è un’esperienza unica, in particolare se vivi all’estero e puoi apprezzare come i media si concentrino sulle vittorie degli atleti locali. Se sei un italiano che vive fuori dai confini devi destreggiarti per avere accesso agli sport in cui primeggiano gli azzurri. Difficilmente riusciremo a vederci tutte le finali da oro, ma in epoca social immaginare che l’hype successivo agli ori italici sia superiore che in passato è facile. Del resto ci sono sport come la regina atletica che per la brevità delle performance (salti, lanci, corte distanze in particolare) stanno conoscendo un successo mediatico mai visto, proprio perché si adattano ai video brevi delle piattaforme più in voga e finiscono nelle timeline dei più giovani.

La propria prospettiva

Alla fine la realtà è che le Olimpiadi in campo hanno sempre vincitori e mai sconfitti, le ricordi al 99% per i grandi trionfi e dimentichi l’atleta che poi non ce l’ha fatta. Con piccole eccezioni come quella della nazionale di pallavolo italiana che nonostante un dominio incontrastato (3 mondiali dal 1990 al 1998) il 5 agosto 1992 a Barcellona venendo eliminata dall’Olanda inaugurò uno dei nostri tabù storici più pesanti, quello dell’oro olimpico nel volley. Quest’anno proprio il 5 agosto si giocano i quarti: corsi e ricorsi storici, tempo di sfatare il mito. Perdonatemi quest’ultima puntualizzazione legata alle mie passioni, ma le Olimpiadi sono di tutti proprio perché sono esperienza individuale in cui ognuno vede tutto dalla propria prospettiva ed attende con impazienza qualche evento, in attesa poi di sentirsi varenniano per un giorno, quando arriverà qualche oro in discipline sconosciute.