Esteri
Energia e responsabilità: Hegseth sollecita la Ue per proteggere Hormuz
Mercati, assicurazioni, rifornimenti: il congelamento dello Stretto affligge anche l’Europa, che non può delegare solo a Washington la sua protezione. Per Bruxelles è l’occasione di diventare grande
Lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio marittimo: è un banco di prova politico per l’Occidente. Il messaggio attribuito a Pete Hegseth – diretto, quasi brusco – va letto non come provocazione isolata, ma come indicatore di una trasformazione strategica in atto nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. In gioco non c’è soltanto la sicurezza di una rotta energetica, ma la ridefinizione concreta del burden sharing nell’alleanza euro-atlantica.
Da sempre, la protezione dei choke points globali – da Hormuz a Suez – è stata garantita in larga misura dalla potenza navale americana. Questo ha consentito all’Europa di beneficiare di un ordine marittimo stabile senza sostenere costi proporzionati. Oggi, tuttavia, questo equilibrio è sotto pressione. La linea politica americana, in particolare nell’area conservatrice e trumpiana, spinge verso una maggiore responsabilizzazione degli alleati: meno dipendenza automatica, più contributo operativo. La questione di Hormuz si inserisce perfettamente in questo quadro. I dati energetici sono chiari: una quota rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto globale transita da quel corridoio. Anche se l’Europa non è il principale destinatario diretto di questi flussi – ruolo che spetta all’Asia – resta altamente esposta agli effetti indiretti. Prezzi, assicurazioni, volatilità dei mercati energetici: tutto ciò impatta in modo immediato su economie come quella europea, già provate dalla transizione post-russa.
Qui emerge il punto politico sollevato da Hegseth: se l’Europa è vulnerabile, può continuare a delegare la sicurezza a Washington? La risposta, in una prospettiva liberale ed europeista, non può che essere negativa. La sicurezza delle rotte marittime è un bene pubblico globale, ma non può gravare in modo sproporzionato su un solo attore, nemmeno sugli Stati Uniti. L’Europa, tuttavia, paga anni di ritardi. La sua capacità navale è frammentata, la governance decisionale resta complessa e la difesa comune è ancora incompleta. Nonostante progressi importanti – anche grazie al sostegno americano e alla pressione della guerra in Ucraina – manca una piena integrazione operativa. Questo limita la credibilità europea proprio nei contesti dove sarebbe più necessaria: presenza continuativa, operazioni di sicurezza marittima, capacità di risposta rapida. Nel frattempo, il contesto geopolitico si è fatto più instabile. Le tensioni in Medio Oriente, il ruolo dell’Iran e l’uso crescente di strumenti ibridi – mine navali, droni, guerra economica – dimostrano che non serve una chiusura totale dello stretto per generare crisi. Basta aumentare il rischio percepito per alterare i flussi commerciali e far salire i costi. È una forma di coercizione indiretta, ma estremamente efficace. Gli Stati Uniti, dal canto loro, restano indispensabili. La loro superiorità militare e la loro capacità di comando non hanno equivalenti. Ma è evidente una volontà politica di selettività: continuare a guidare, sì, ma chiedendo agli alleati di contribuire in modo più concreto. In questo senso, la posizione pro-Usa e pro-Trump non implica disimpegno, bensì ridefinizione degli oneri. Washington non si ritira, ma non accetta più il modello del free riding europeo.
Per un’Europa riformista e progressista, questa è un’opportunità oltre che una sfida. Rafforzare la propria autonomia strategica non significa indebolire il legame atlantico, ma renderlo più equilibrato e sostenibile. Significa investire in difesa, coordinare le marine nazionali, sviluppare capacità comuni e integrare sicurezza energetica e sicurezza militare. Allo stesso tempo, la crisi di Hormuz richiama un’altra priorità: la diversificazione energetica. L’Europa ha già compiuto passi decisivi riducendo la dipendenza dal gas russo e sostenendo l’Ucraina, ma questo l’ha resa più esposta ai mercati globali del LNG. La transizione energetica, le rinnovabili e le infrastrutture restano strumenti fondamentali per ridurre questa vulnerabilità nel lungo periodo. Il messaggio di Hegseth va preso sul serio. Non è solo retorica politica: è un invito – o una pressione – affinché l’Europa diventi un attore strategico più maturo. In un mondo multipolare e instabile, la sicurezza non può essere delegata. Deve essere condivisa. Hormuz, in questo senso, è molto più di uno stretto. È il simbolo di una scelta: restare dipendenti o diventare partner pienamente responsabili all’interno dell’Occidente.
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