Affermare che all’interno della Repubblica islamica vi sia una frattura su chi è per una linea morbida di dialogo e per un accordo con gli Usa e chi viceversa è intransigentemente fermo su una linea dura, e dunque per nulla disposto alla trattativa, fa andare fuori strada. All’interno della leadership iraniana vi è senz’altro una faida che si è scatenata per occupare i vuoti di potere lasciati dalla decimazione delle linee di comando delle forze militari, di sicurezza, di intelligence e del clero sciita, ma il regime è compatto in tutte le sue componenti sugli obiettivi strategici da raggiungere e sulla necessità di accrescere la propria deterrenza. Non esiste una lotta interna tra chi intenda raggiungere un compromesso con gli Usa e chi invece vi si oppone. Coloro a cui si attribuiscono ruoli più moderati e dialoganti non hanno alcun reale potere all’interno della Repubblica islamica. Spesso si tratta di figure, come ad esempio quella del presidente Pezeshkian o del ministro degli Esteri Araghchi messe lì come “specchietti per le allodole” per dimostrare l’esistenza di diverse sfumature all’interno dell’amministrazione statale e dunque per legittimarne una facciata democratica. Ma queste figure non sono altro che marionette, personaggi politici inseriti in quei ruoli proprio dalla guida suprema, come è il caso di Pezeshkian o dalla leadership politico-militare che realmente conta del paese, come nel caso di Araghchi, già colonnello dei pasdaran e che si è spogliato della divisa solo pochi anni fa.

Basti dire che dopo il collasso, ampiamente previsto, dei colloqui a Islamabad, il comandante in capo dei guardiani della rivoluzione Ahmad Vahidi (vero capo de facto dell’Iran) aveva dichiarato pubblicamente: «Il leader supremo non è ancora stato nemmeno sepolto, che Ghalibaf sta già stringendo la mano a coloro che lo hanno ucciso». Insomma, il comandante Vahdi, che controlla lo Stretto di Hormuz, che vi gestisce il racket del transito e che detiene le 900 libbre di uranio arricchito, ha accusato Ghalibaf, pubblicamente, di tradimento per aver stretto la mano al vicepresidente americano. Non si è trattato di un disaccordo privato. Si è trattato di una dichiarazione pubblica progettata per essere ascoltata sia da Teheran che da Washington. Prima che i colloqui iniziassero, Vahidi aveva già mosso i suoi passi per limitare l’autorità di Ghalibaf al tavolo negoziale. Dunque la delegazione arrivata a Islamabad operava sotto un minaccioso veto militare di un’istituzione che non aveva inviato il proprio comandante al tavolo, ma che si era riservata il diritto di annullare le decisioni di chiunque si fosse seduto. Questa è la spiegazione strutturale del motivo per cui i colloqui sono falliti. Semplicemente Ghalibaf non ha alcuna autorità per impegnarsi sulla questione nucleare, perché a Teheran chi comanda veramente sono i guardiani della rivoluzione. Sono loro infatti a controllare l’infrastruttura di arricchimento dell’uranio e a controllare lo Stretto di Hormuz. Trump ripone molte speranze in Mohammad Bagher Ghalibaf, visto come pragmatico che sarebbe disposto a rompere con il passato e a collaborare con Washington. Nulla di più sbagliato. Ghalibaf è un ex comandante del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche e stretto consigliere della nuova guida suprema. Quando era capo dei pasdaran ordinò di buttare giù dai tetti della Casa dello studente di Teheran (Kouye daneshgah) gli studenti con le mani legate dietro la schiena. Questo era ed è Ghalibaf e ora nutre l’ambizione di diventare l’uomo forte nazionalista dell’Iran, colui che salverebbe il Paese dalla rovina.

Ma ambizione non è sinonimo di capacità. Quella della Repubblica islamica è una strategia ben chiara, già vista ampiamente in passato con Khatami, Rouhani ed altri esponenti cosiddetti moderati e anche oggi quella stessa strategia si sviluppa su due tavoli diversi, con la stessa formula come in un gioco delle parti: creare al proprio interno correnti definite “riformiste” per gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica internazionale rappresentando un regime che avrebbe una molteplicità di scelta, ma la realtà è ben diversa. Sia Pezeshkian che Araghchi e lo stesso Ghalibaf, come hanno più volte dichiarato sono fermamente compatti sulla posizione della leadership dei guardiani della rivoluzione e del clero. Trump esige l’azzeramento dell’arricchimento nucleare; Ghalibaf lo definisce, invece, un diritto sovrano. Trump chiede che l’Iran abbandoni i suoi gruppi per procura; Ghalibaf invece li chiama “l’eroica Resistenza islamica”. Trump chiede che l’Iran sospenda l’uso dei missili balistici; Ghalibaf non li menziona, perché non sono negoziabili. Trump offre l’allentamento delle sanzioni come ricompensa; Ghalibaf ne esige la rimozione completa come condizione di partenza. Trump non offre nulla in merito alle riparazioni; Ghalibaf esige un risarcimento per la guerra.

E ora, la Repubblica islamica tratta la stretta via d’acqua del Golfo Persico come il proprio Canale di Panama, vuole gestire un racket di protezione in cui ai proprietari delle navi è consentito di transitare in sicurezza solo dopo la previa approvazione dei guardiani della rivoluzione islamica e solo dopo aver pagato pedaggi in yuan cinesi. Moderati e intransigenti sono concordi nell’obiettivo che ciò diventi la nuova normalità della regione.