Così ribaltiamo i tiranni
Per offrire una vera alternativa in Iran bisogna puntare su figure radicate
Non tutte le visite politiche sono innocue. Alcune, dietro una patina diplomatica, rischiano di riscrivere la realtà. È il caso della recente presenza in Italia di Reza Pahlavi, accolta da alcuni come volto presentabile di un’alternativa al regime iraniano. Ma ciò che viene proposto non è il futuro: è un passato già sperimentato e già rigettato dal popolo iraniano. Le sue recenti tappe europee, tra cui quella in Svezia, delineano una sequenza di incontri che assume i contorni di una campagna di legittimazione politica. Proprio a Stoccolma, in un’intervista al programma Agenda della televisione pubblica svedese, ha dichiarato: “Sono orgoglioso della mia eredità e sostengo le loro azioni”. Non una frase marginale, ma una rivendicazione esplicita di quella stessa eredità. Ed è proprio questa rivendicazione che impone di ricordare cosa rappresenti concretamente quel passato. Sotto il regno di Mohammad Reza Pahlavi, il sistema era segnato da repressione del dissenso, torture diffuse da parte della polizia segreta SAVAK e assenza di libertà politiche. Non è storia lontana, ma un modello mai rinnegato.
A ciò si affiancano posizioni favorevoli a un intervento esterno sull’Iran: una linea che colpisce un popolo già provato da crisi e repressione, mentre chi la sostiene opera dall’estero. È anche il riflesso dell’assenza di un radicamento reale nel Paese, che porta a cercare legittimazione fuori dai confini nazionali. Le reazioni critiche alla sua visita sono state diffuse. Associazioni di donne iraniane, gruppi giovanili e realtà come Nessuno tocchi Caino hanno sottolineato come Pahlavi non rappresenti il popolo iraniano e non abbia mai preso le distanze dai crimini della monarchia. Non può esistere alternativa democratica senza una rottura netta con ogni forma di autoritarismo. Il punto è ormai evidente: le proteste che attraversano l’Iran da anni non esprimono nostalgia, ma una domanda radicale di cambiamento. Nelle strade, milioni di iraniani hanno scandito uno slogan inequivocabile — “abbasso l’oppressore, che sia lo Shah o la Guida Suprema” — segnando una rottura definitiva con ogni dittatura.
Nel frattempo, il regime continua a colpire la sua vera opposizione. Nelle ultime settimane almeno 13 prigionieri politici sono stati giustiziati, tra cui membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI), segnale chiaro della minaccia percepita dal potere. Il PMOI rappresenta da oltre sessant’anni una forza organizzata che ha sfidato sia la monarchia sia la Repubblica islamica, mantenendo una presenza interna nonostante la repressione. Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana ne costituisce, dal 1981, la dimensione politica e diplomatica, con un programma per una Repubblica democratica, laica e pluralista. È questa combinazione, radicamento interno e rappresentanza esterna, a renderli la principale alternativa e, per il regime, la minaccia più concreta.
È qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito internazionale. Non su figure prive di radicamento, ma su chi il regime teme davvero. Come sottolineato da Maryam Rajavi, presidente eletta del CNRI, le priorità sono chiare: fine dell’appeasement, riconoscimento del diritto del popolo iraniano a resistere, cessazione immediata delle esecuzioni e responsabilità internazionale per i crimini del regime. La scelta per l’Europa è netta: inseguire illusioni o riconoscere una realtà ormai evidente.
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